Quel friccicorino in cabina…

… e la paura di sbagliare, piegare le schede con cura.
Prima di entrare, fermarsi a guardare i tabelloni, cercando di non sostare troppo su una lista, ché non si facciano delle idee. Con la matita tiri una linea troppo lunga e arrivi quasi alla fine del quadrato, e hai paurissima di invalidarla. Fare quindi la ics pian pianino, precisa, attenta. Ripassarla due, tre volte, ché sembra sempre troppo sottile, o troppo chiara. Mettere da parte le schede, però non ci stanno, quindi controllare che mentre fai la ics non ce ne sia una sotto per sbaglio. Poi piegarla e metterla da parte. E via con la seconda. Magari hai anche le regionali, quindi scrivere per bene la preferenza. Non come le altre volte, che volevi scrivere un nome, e poi ti sei scordato.
Riaprire le schede, ricontrollare.
Sei dentro da troppo tempo? Si staranno chiedendo qualcosa? Il tempo dev’essere giusto, non devono pensare che sei arrivato impreparato, o che hai dei dubbi. E ogni volta vorresti uscire e chiedere brandendo ansiosamente la scheda: signorina me la controlli lei, ho fatto giusto? È valido?
E le vuoi mettere tu nell’urna. Ma lo sai che non potresti? Sì, lo sai, ma hai questo moto d’egoismo, così protettivo. Guardi la signorina presidente, sta scrivendo delle cose. Lo faccio? Non lo faccio? Lo fai. Controlli millemila volte i colori, trattieni la scheda a metà del foro, ricontrolli. La lasci andare. Respirare.
Dai che hai fatto anche tu lo scrutatore, cerca di essere preciso, la matita è da restituire, e saluta con un sincero “Buon Lavoro”.
Poi esci dal seggio con la profonda impressione di aver dimenticato qualcosa di importantissimo. Tutti questi drammi pre e post elezioni e vivi nel terrore di esserti annullato la scheda, come un coglione. Apri la tessera, guardi il timbro. E lo rifai due o tre volte, nel tragitto verso casa.
Mi spiegate perché una cosa che dovrebbe essere a prova di idiota nei fatti è pensata per far uscire esseri umani adulti e alfabetizzati col terrore di avere sbagliato?
Che roba buffa, la democrazia.

Musica:

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Una volta l’anno

Succede una volta l’anno, tutti gli anni, che per tre giorni filati, tra Carpi, Modena e Sassuolo, c’è l’uomo della strada che va in giro a piedi per le vie del centro con la faccia tirata e lo sguardo sagace, e lo senti usare delle parole insolite, come per esempio «ontologia».


(C’è il Festival di Filosofia e questa è una cosa che posto una volta l’anno, tutti gli anni)


Lessico famigliare (13)

Interno giorno. Il Many ha appena letto un post di Fumettologica. Il Miny è lì vicino che si fa i fatti suoi.

Il Many: «Ehi, sta per uscire il fumetto di DC League of Super-Pets
Il Miny: «È il film che abbiamo visto l’altra sera.»
Many: «Sì. Il fumetto che esce è il seguito del film, comincia da lì, dalla fine dei titoli di coda, dove loro…» (non finisce la frase).
Miny: «Me lo prendi?»

Il Many si ferma qualche secondo. Sentendosi leggerissimo, ma dissimulando serietà e competenza, contatta telematicamente il suo fumettaro di fiducia. Il fumettaro di fiducia risponde dopo un minuto scarso.

Many: «Arriva venerdì.»
Miny: «Lo prendiamo? Lo pago con i miei soldi!»
Many: «Ok. Sì, l’ho già ordinato.»

Qualche secondo di silenzio.

Many (esplodendo): «Ma… ma… è il tuo primo fumetto ordinato in fumetteria!»
Miny (calmissimo, annuisce): «Sì.»

Il Many si alza dalla sedia. Ha uno strano stiramento ai muscoli facciali, gli occhi sono leggermente appannati da uno strato acquoso. Si allontana da solo verso il bagno. I suoi piedi non stanno esattamente toccando il finto parquet del reparto notte.
Sipario.


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)


Giotto

E l’altro giorno siamo stati a Vicchio, in provincia di Firenze, sul lato toscano dell’appennino tosco-emiliano, e siamo andati a casa di Giotto e poi sul ponte dove si dice che passasse Cimabue mentre lui, Giotto, che era ancora un ragazzino, stava disegnando una pecora così bella che non ci si poteva credere.

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È un periodo

È un periodo che boh.


Così va la vita (una vita da cani)

Sembrerà incredibile per quelli un po’ più giovani di me, ma c’è stato un tempo in cui i telefoni avevano i pulsanti e non facevano le foto. La prima foto che ho fatto con un telefono, che in realtà era poi la seconda perché la prima era una prova, era la foto di un robino peloso molto piccolo di poco più di due mesi, sul marroncino arancione, che era parcheggiato lì in casa nostra, temporaneamente.
La vita di quel robino marroncino arancione era cominciata un po’ in salita, era già stato in due case diverse, una settimana nella prima, tre o quattro giorni nella seconda, ma poi avevano sempre richiamato perché andassero a riprenderselo. Quel giorno lì, quello della prima foto, mia suocera, che era la padrona della madre del robino e del resto della cucciolata, ci aveva chiesto se potevamo andare noi a recuperarlo perché lei aveva un impegno. Così eravamo andati e l’avevamo parcheggiato a casa nostra.
Noi avevamo deciso che in quel nuovo appartamento piccolo del centro dove vivevamo insieme da qualche anno, senza giardino o balcone, e molto torrido d’estate senza la possibilità di montare un condizionatore, non ci avremmo mai messo un cane, anche se io ne avevo quasi sempre avuti quando vivevo con i miei genitori. Grushenka, poi, era una da gatti, non si affezionava tanto ai cani.
Solo che eravamo lì, in attesa di riportarlo a casa sua, e mentre aspettavamo, dopo un po’, ci siamo guardati, ci siamo sorrisi e abbiamo detto: «Ma sai cosa? Lo teniamo qui.»
E così avevamo fatto.
E questa è la foto di cui parlavo prima:

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2 agosto 1952, 2 agosto 1980, 2 agosto 1998

Quando arrivava il 2 di agosto, mio nonno, Corrado, diceva sempre che il 2 di agosto del 1952 era notte e…

… ero andato in bicicletta a casa dell’Ada, l’avevo caricata sulla canna e via, ci eravamo sposati che era già incinta… l’avevo presa sulla canna della bicicletta e lei, che era la più povera del paese, aveva una scatola da scarpe come dote… ma non era mica piena, eh, la dote era proprio la scatola da scarpe, pensa te com’era povera… però era d’un bella, l’Ada, e l’avevamo chiamata a lavorare in campagna da noi che non sapeva fare niente, e quando c’era da spostare il fieno le cadeva sempre tutto addosso che io e mio padre facevamo di quelle ridute che cascavamo per terra.

E oggi sarebbero stati 70 anni di matrimonio, se l’Ada e Corrado fossero ancora al mondo. Mi mancano moltissimo. Così va la vita.

Invece, parlando del 2 di agosto del 1980, Grushenka dice sempre che…

… la puntualità non è una dote innata. C’entra coi comportamenti abituali, con quelle cose che inizi a fare in un certo modo e che poi rimangono così. O sei sempre stato puntuale o non lo sei mai stato. Ma dipende, son cose che hanno un inizio, non sono innate. Io non sono puntuale e neanche i miei genitori sono mai stati puntuali.
Mia madre l’indomani voleva prendere il treno, s’era fissata con questa idea, diceva a mio padre dai Imbeni, domani ci svegliamo presto e prendiamo quello delle nove, che ci vuole. Poi però si sono svegliati tardi, mia madre ci metteva un sacco di tempo a prepararsi, è una che ci ha sempre messo molto tempo. Mio padre si prepara una moka di caffè mentre mia madre sbuffa in bagno e le dice vabbè dai, ci andiamo in macchina pian pianino. Dice sempre pian pianino, mio padre, non è mai stato un tipo puntuale. A Bologna dovevano trovare un libro, un testo universitario. Mia madre si era riscritta all’università di Modena ma si vede che a Modena quel libro non l’aveva trovato. Mi ha ripetuto spesso che le ho dato io la forza di finire l’università, che quando è rimasta incinta ha deciso di riprendere gli studi e di laurearsi. Era incinta di sette mesi, io sarei dovuta nascere in ottobre, anche se poi son nata a metà novembre, in ritardo. Arrivati a Bologna erano in un bar del centro a fare colazione quando è iniziato un via vai di gente concitata, è scoppiata una caldaia alla stazione, diceva qualcuno entrando, è terribile, ci son dei morti, poi telefonavano e uscivano e intorno l’agitazione aumentava. Una caldaia in agosto? pensava mio padre e ha preso mia madre e son risaliti sulla macchina ma verso la stazione deviavano il traffico, non facevano avvicinare nessuno, accidenti, è qualcosa di grosso, pensavano spaventati. Allora hanno preso la via Emilia, e pian pianino siamo tornati tutti a casa.

E così, quel giorno là, quella che trentaquattro anni dopo sarebbe diventata la mamma di mio figlio aveva perso un treno. Per fortuna.

E poi, per finire, il 2 di agosto del 1998…

… avevo 19 anni, io e i miei amici ci eravamo appena diplomati e dovevamo passare quella meravigliosa estate di nulla totale che ci separava dall’università e dal lavoro a vita. Avevamo pensato di farci un interrail di ventidue giorni in Francia, Belgio e Olanda.
Avevo fatto di tutto perché il 2 di agosto fossimo a Parigi, e nessuno capiva il perché, ma appena eravamo scesi dal treno avevamo preso la metro ed eravamo arrivati sugli Champs-Élysées. Spuntati in superficie, mi ricordo che mi ero messo a correre, avevo tirato fuori dallo zaino una bandiera tricolore e mi ero diretto senza pensare verso le transenne, zampettando come un matto. Stava arrivando il Tour de France, e tra la lunga fila di corridori ce n’era uno con la maglia e il pizzetto gialli.
Non credo di aver pianto come quella volta davanti alla televisione mentre guardavo l’arrivo sull’Alpe d’Huez, nel 1995. Però era stata lo stesso una bella botta di gioia.
Non è che capiti a tutti di vedere un Dio dal vivo. Non avevo mai visto dal vivo né Maradona né Michael Jordan. Ma Pantani sì. Era lì, a qualche metro da me, bellissimo, lo potevo quasi toccare.

E queste sono tre ricorrenze del 2 di agosto che mi piace ricordare.
Lo faccio tutti gli anni, quando mi ricordo.

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:(

Tutti i martedì sono uguali, ma alcuni martedì sono più uguali degli altri: </ferie>


Wu Ming 1 e Santachiara (e Calvino, Pavone e Revelli)

E in un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dirla con il partigiano Kim in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, bastava «un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trovava dall’altra parte». E che «questo nulla», come aveva scritto lo storico Claudio Pavone, era «capace di generare un abisso». E che poteva trattarsi di «un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata; e poteva ricollegarsi al modo in cui si erano vissute le giornate seguite al 25 luglio 1943», cioè alla caduta di Mussolini. E che in quei giorni Nuto Revelli era un tenente degli alpini appena tornato dalla Russia, ma era già un partigiano quando, il 12 ottobre 1943, scrisse sul suo diario: «Al 26 luglio si poteva anche scegliere sbagliato. Se mi picchiavano, se mi sputavano addosso, forse sarei passato dall’altra parte, con i fascisti, con le vittime del momento. Oggi sarei con le canaglie, con i barabba, con le spie dei tedeschi.»


(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 25 di luglio. Ormai posto solo le cose che posto tutti gli anni.)


:)

C’è una cosa che posto tutti gli anni, anche se non la posto mai lo stesso giorno dell’anno, per ovvi motivi, ed è questa qui:

<ferie width=“2.5 weeks”>

E poi quest’anno, con fare un po’ propiziatorio, volevo leggere una poesia di una grande poetessa del Novecento, accompagnato dal primo contrappunto dell’Arte della Fuga di Johann Sebastian Bach. Ecco:

Ci risentiamo tra un po’.
Ciao.