Così va la vita (della tribù dei Modenesi)

All’inizio di un libro che si chiama Gli spiriti non dimenticano, del 1996, Vittorio Zucconi racconta di quando partecipò a una cerimonia degli Oglala Sioux per avere il benestare della tribù al proseguimento delle sue ricerche sulla vita di Cavallo Pazzo:

Presi posto nel circolo attorno al totem e alla coperta. Alla destra mia moglie Alisa, perfettamente tranquilla come se lei, milanese, avesse passato tutta la vita fra i Sioux. Dall’altra parte, alla mia sinistra, si sedette una bambina, avrà avuto forse dieci anni. Mi fece un piccolo sorriso nervoso. «Sono della tribù dei Winnebago» mi disse a voce bassa, con la manina davanti alla bocca per non farsi sentire «e questa è la seconda cerimonia alla quale partecipo. Vengo per chiedere l’aiuto dello Spirito per la mia nonna.» Che cos’ha la tua nonna? «Sta morendo e prego perché vada nel cielo delle mille tende, insieme ai suoi antenati, quando morirà.» Mi fissò con uno sguardo inquieto: «Ho sempre un po’ paura, sa, a queste cerimonie degli Oglala, forse perché sono una Winnebago». Figùrati io, bambina, che sono della tribù dei Modenesi.

E quindi, non lo so come si fa, in questi casi, ma forse possiamo almeno pregare un po’, perché nel cielo delle mille tende ci sia un posto anche per uno della nostra tribù.
Così va la vita.


Quel friccicorino in cabina…

… e la paura di sbagliare, piegare le schede con cura.
Prima di entrare, fermarsi a guardare i tabelloni, cercando di non sostare troppo su una lista, ché non si facciano delle idee. Con la matita tiri una linea troppo lunga e arrivi quasi alla fine del quadrato, e hai paurissima di invalidarla. Fare quindi la ics pian pianino, precisa, attenta. Ripassarla due, tre volte, ché sembra sempre troppo sottile, o troppo chiara. Mettere da parte le schede, però non ci stanno, quindi controllare che mentre fai la ics non ce ne sia una sotto per sbaglio. Poi piegarla e metterla da parte. E via con la seconda. Magari hai anche le regionali, quindi scrivere per bene la preferenza. Non come le altre volte, che volevi scrivere un nome, e poi ti sei scordato.
Riaprire le schede, ricontrollare.
Sei dentro da troppo tempo? Si staranno chiedendo qualcosa? Il tempo dev’essere giusto, non devono pensare che sei arrivato impreparato, o che hai dei dubbi. E ogni volta vorresti uscire e chiedere brandendo ansiosamente la scheda: signorina me la controlli lei, ho fatto giusto? È valido?
E le vuoi mettere tu nell’urna. Ma lo sai che non potresti? Sì, lo sai, ma hai questo moto d’egoismo, così protettivo. Guardi la signorina presidente, sta scrivendo delle cose. Lo faccio? Non lo faccio? Lo fai. Controlli millemila volte i colori, trattieni la scheda a metà del foro, ricontrolli. La lasci andare. Respirare.
Dai che hai fatto anche tu lo scrutatore, cerca di essere preciso, la matita è da restituire, e saluta con un sincero “Buon Lavoro”.
Poi esci dal seggio con la profonda impressione di aver dimenticato qualcosa di importantissimo. Tutti questi drammi pre e post elezioni e vivi nel terrore di esserti annullato la scheda, come un coglione. Apri la tessera, guardi il timbro. E lo rifai due o tre volte, nel tragitto verso casa.
Mi spiegate perché una cosa che dovrebbe essere a prova di idiota nei fatti è pensata per far uscire esseri umani adulti e alfabetizzati col terrore di avere sbagliato?
Che roba buffa, la democrazia.

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Don’t Panic

Volete sapere qual è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto? Adesso ve la dico. C’è una foto che mi vede esultante, sedicenne, pischello, in braghette da ciclista, maglietta attillata rossa e bianca della Ciclistica Novese Confezioni Carsil, caschetto aerodinamico ben allacciato e occhiali Briko a mosca come andavano di moda a quei tempi là, negli anni novanta. Quando la faccio vedere in giro, di solito, dico: «Ecco, qui ero sullo Stelvio».
Mica vero: dovevamo ancora salire.
Eravamo io e mio padre con le bici, e mio nonno col furgone, che ci seguiva. E poi, sì, c’era lo Stelvio. Lo Stelvio, che non finiva mai.
E quindi, dopo aver scattato la foto, prendiamo le bici, io e mio padre, mio nonno sale sul furgone e partiamo. Il racconto che segue, che metto tutto al presente per rendere meglio l’idea e la fatica, inizia al decimo tornante; prima avevamo fatto qualche chilometro di pianura per scaldarci un po’ e nove tornanti erano già andati via abbastanza lisci.

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Adams (3)

E sempre in un libro che si chiama Ristorante al termine dell’Universo, del 1980, Douglas Adams dice che il maggior problema, ossia uno dei maggiori problemi (ce ne sono tanti) che l’idea di governo fa sorgere è questo: chi è giusto che governi? O meglio, chi è così bravo da indurre la gente a farsi governare da lui?
E dice anche che, a ben analizzare, si vedrà che: a) chi più di ogni altra cosa desidera governare la gente è, proprio per questo motivo, il meno adatto a governarla; b) di conseguenza, a chiunque riesca di farsi eleggere Presidente dovrebbe essere proibito di svolgere le funzioni proprie della sua carica, per cui: c) la gente e il suo bisogno di essere governata sono una gran rogna.


Si può anche far senza (3)

Per esempio della parola ambaradàn usata così a cuor leggero, e per spiegare meglio il concetto riporto un pezzetto di un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, dove Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che:

Dal 10 al 19 febbraio [del 1936], durante la battaglia dell’Amba Aradam, l’artiglieria italiana spara 1367 proiettili caricati ad arsine. Al termine della battaglia l’aviazione insegue, mitraglia e bombarda col vescicante le colonne di nemici in ritirata. Lo stesso Badoglio riferirà l’utilizzo, in questa circostanza, di sessanta tonnellate di iprite. Raccontando di questo giorno, il generale Colombini scriverà:

Vidi scene raccapriccianti: la pelle degli etiopici si scioglieva, si rompeva, si sfogliava e veniva via lasciando la piaga aperta. Così era per i guerrieri dell’esercito nemico come per le donne e i bambini (fortunatamente pochi) che vivevano in quei luoghi.

Rossa è la carne viva esposta dall’azione dell’iprite. Come diceva quel divertente stornello? «Se l’abissino è nero, gli cambierem colore».
Dai resoconti e ricordi edulcorati della strage deriverà il termine scherzoso «ambaradàn», che gli italiani useranno per dire baraonda, trambusto, grande confusione.
Ma l’impiego dei gas è soltanto una delle tante atrocità di questa guerra. Fra il dicembre 1935 e il marzo 1936, l’aviazione italiana bombarda ripetutamente ospedali da campo e ambulanze della Croce Rossa. E poi i rastrellamenti, le fucilazioni di massa, le decine di migliaia di capanne (i tucul) incendiate, gli stupri.
Di tutto ciò, nella madrepatria, gli italiani rimangono all’oscuro.


Hobsbawm (2)

E in un libro che si chiama Anni interessanti: Autobiografia di uno storico, del 2002, Eric J. Hobsbawm dice che, dopo il sesso, l’attività che permette di combinare al massimo grado esperienze corporee con intense emozioni è la partecipazione a una manifestazione di massa in tempi di grande esaltazione pubblica.
E dopo dice anche che il 25 gennaio 1933 il partito comunista organizzò l’ultima sua manifestazione legale, una marcia di massa nel buio di Berlino, che terminò al quartier generale del partito, il Liebknechthaus in Bülowplatz (oggi Rosa-Luxemburg-Platz), in risposta a una provocatoria parata di massa delle SA nella stessa piazza.
E dice anche che fu un evento indimenticabile, anche se non riesce a ricordare i particolari della manifestazione. Ricorda solo interminabili ore di marcia, o meglio un susseguirsi di movimenti e soste, nel gelo pungente – gli inverni berlinesi sono duri – tra le file di edifici in penombra (e di poliziotti?) lungo le buie vie invernali.
E si ricorda che cantavano e tra un canto e l’altro calavano cupi silenzi. Cantavano  l’Internazionale, la canzone della guerra dei contadini Des Geyers schwarzer Haufen [La Banda Nera di Geyer], il sentimentale e funebre ritornello di Der kleine Trompeter [Il piccolo trombettiere] e cantavamo anche Dem Morgenrot entgegen [Verso l’aurora], la canzone dell’aviazione militare sovietica, Der rote Wedding [Il rosso Wedding] di Hanns Eisler, e il lento, solenne, ieratico Brüder zur Sonne zur Freiheit [Fratelli, verso il sole, verso la libertà]. E dice che erano tutti uniti da un’idea comune. E che lui tornò a casa a Halensee in una specie di trance.
Cinque giorni più tardi Hitler fu nominato cancelliere.


Una fake news

Mi è venuto in mente oggi, così, all’improvviso, out of the blue, come dicono gli inglesi, che io e i miei amici, che compravamo una volta per uno The Games Machine e ce lo passavamo di mano in mano per un mese consultandolo sempre con tanta foga da sfaldargli le pagine, avevamo letto sul numero di aprile del 1993, quando avevamo tra i tredici e quattordici anni e avevamo passato gli ultimi mesi in tre o in quattro a casa di Paolo a finire Il segreto di Monkey Island Monkey Island 2: La vendetta di LeChuck, che ce li aveva prestati uno dei nostri fratelli o sorelle maggiori piratandoli su una pila di dischetti da tre pollici e mezzo, una notizia che diceva che la LucasArts stava per far uscire Monkey Island 3: Un pirata nello spazio, dove Guybrush Threepwood, temibile pirata, si sarebbe barcamenato in un’avventura ambientata in un universo a mezza via tra Guerre Stellari Star Trek, e a quella notizia noi eravamo andati davvero nei matti.
Non mi ricordo se c’era poi stata la smentita, sul numero successivo, che diceva che era stato tutto un pesce d’aprile o se a un certo punto lo avessimo intuito noi che era una balla, ma mi ricordo che ci eravamo rimasti di un male che anche adesso, quando ci ripenso, mi viene ancora su il dispiacere.

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