Don’t Panic

[Oggi è il #towelday e quella che segue è una cosa che posto tutti gli anni, il 25 di maggio, quando mi ricordo.]

Volete sapere qual è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto? Adesso ve la dico.
C’è una foto che mi vede esultante, sedicenne e pischello, in braghette da ciclista, maglietta attillata della Ciclistica Novese Confezioni Carsil, caschetto aerodinamico ben allacciato e occhiali Briko con le lenti “a mosca” come andavano di moda in quegli anni là, gli anni novanta. Quando la faccio vedere in giro, di solito, dico sempre: «Ecco, qui ero sullo Stelvio».
Non è mica vero: dovevamo ancora salire.
Eravamo io e mio padre con le bici, e mio nonno col furgone che ci seguiva. E poi, sì, c’era lo Stelvio, da fare. Lo Stelvio, che non finiva mai.
E quindi, dopo aver scattato quella foto, avevamo preso le bici, io e mio padre, e mio nonno era salito sul furgone ed eravamo partiti. Il racconto che segue, che metto tutto al presente per rendere meglio l’idea e la fatica, se ci riesco, inizia al decimo tornante; prima avevamo fatto qualche chilometro di pianura per scaldarci un po’ e nove tornanti erano già andati via abbastanza lisci. Ma tutto crolla improvvisamente quando…

***

… al decimo tornante sono già da solo, mio padre si è staccato e alla fine me lo vedrò arrivare dietro, sul furgone. Al ventesimo tornante gli alberi cominciano a diventare sempreverdi. Al venticinquesimo, quando tiro il manubrio con le mani per farmi forza, la ruota davanti si stacca dall’asfalto, la pendenza è al dieci percento. La maglietta è bagnata, ho finito la prima borraccia con l’acqua e ho mangiato tutte le barrette di cioccolata che avevo messo nei taschini della maglia prima di partire. E un po’ bestemmio, ma solo un po’. Diobonino.

Al trentesimo tornante mi raggiunge un tedesco sui vent’anni, mi vede in difficoltà e prova a spingermi con la mano sul culo, è abbastanza fresco e pimpante e vuol fare conversazione con me, ma tanto io il tedesco non lo so, e so poco anche l’inglese, e poi sono troppo occupato a prendere fiato per parlare. Lui mi regala una barretta, tipo un muesli o una cosa così, e io ci provo, a masticarlo, ma non ho più una goccia di saliva per mandare giù del riso soffiato e colloso, e allora lo sputo. Il tedesco sembra rimanerci male, allora si alza sui pedali e mi stacca senza salutare.

Al trentacinquesimo tornante gli alberi non ci sono più, c’è dell’erbetta sparuta, qualche marmotta, credo, un silenzio che snerva, interrotto dal mio fiatone, inspirare, espirare. Incrocio alcune macchine che scendono dalla cima e sento delle zaffate di plastica bruciata: è l’odore dei loro freni a disco che si sciolgono. Non c’è neanche più il tempo per ritagliarsi una bestemmia tra un respiro e l’altro, e intanto la testa mi si piega di lato, un orecchio s’intoppa, cerco un rapporto più corto e più agile, ma la catena è già sull’ultimo, 39×23, se non mi ricordo male, che è il rapporto più leggero d’ordinanza per la mia categoria, non l’avevo cambiato prima di partire ed è una roba da matti, una roba impossibile.

Quando sali lo Stelvio non puoi permetterti di smettere di pedalare, devi salire e basta, e io sono delle ore che spingo, pedalata dopo pedalata, pedalata e colpo di tosse, pedalata, pedalata e pedalata; il sudore arriva sugli occhi e brucia, pedalata, pedalata, pedalata, bevo un sorso d’acqua della seconda borraccia e al quarantesimo tornante non c’è neanche più l’erbetta ai bordi della strada, i tornanti che rimangono ce li ho tutti lì davanti agli occhi e mi sento male. Sono lì, da solo, non penso più a niente, e mi sento male.

Finisce anche la seconda borraccia, tocca andar su senz’acqua. Al quarantacinquesimo tornante ne mancano solo tre, abbozzo un sorriso, sto andando agli otto, nove chilometri l’ora, forse anche sette, da ore, da sempre. Adesso provo ad accompagnare ogni pedalata con un dondolìo della schiena, con una postura è scompostissima, ma la testa guarda avanti, alla cima. Diobono, dài. Dài che ci siamo.

È al quarantasettesimo tornante che sento delle voci che chiacchierano amabilmente alle mie spalle, ed è al quarantottesimo tornante, l’ultimo, che quelle voci mi sorpassano allegre: sono Bartoli e un suo compagno di squadra che si allenano. Sembra che stiano facendo il cavalcavia di Rolo sulla Modena-Brennero e non mi guardano neanche. Li mando a cagare col poco pensiero che mi rimane, tanto sono arrivato, non scendo neanche dalla bici e mi appoggio con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio. E sto fermo lì.

Sto fermo lì per dieci minuti, senza dir niente, senza pensare a niente, guardo solo un po’ la neve del ghiacciaio, senza pensieri, solo il fiatone che piano piano rallenta. E intanto sento Bartoli che dice al suo amico: «Adesso andiamo giù dall’altra parte e torniamo su, ti va? Dopo pranziamo». In quel momento preciso, lì, attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, con i piedi ancora agganciati ai pedali, con la testa piegata e la maglia bagnata fradicia, mentre arriva il furgone guidato da mio nonno con mio padre seduto di fianco, chiudo gli occhi e mi vedo da fuori, in terza persona. Ed è lì che capisco che forse, quel ragazzo lì di sedici anni stremato sulla bici e attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, forse, non è detto, ma secondo me lui, nella vita, dovrebbe cominciare a fare delle altre cose.

Ma vi avevo promesso la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.
Adesso ve la dico: è 48.

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Una collezione

Avevo questa libreria molto bella e molto lunga, in salotto, dove abitavo prima, e sopra era piena di bottiglie vuote. Erano bottiglie vuote che avevo bevuto e ognuna era stata bevuta in un’occasione particolare, oppure l’occasione non era particolare ma il vino era buonissimo e avevo tenuto la bottiglia. C’era per esempio un Sassicaia che avevo comprato insieme a quattro miei amici e ci eravamo trovati una sera per stapparlo e berlo pian pianino, cercando di sentire anche la più piccola particella di profumo; c’era il Lupicaia da un centinaio di euro che avevo offerto ai miei compagni di università la sera della mia laurea, in un’enoteca di Modena dove ero ancora vestito bene, con la cravatta e le scarpe lucide e mi sembrava di non appoggiare mai i piedi per terra; c’era l’Amarone che avevo bevuto il giorno dopo la mia laurea, con mio papà, solo noi due in cucina, con la porta chiusa e senza quasi dirci niente ma sorridendo e guardandoci come a dire continuamente “ma pensa te”; c’era un Morellino di Scansano molto costoso che avevamo comprato io e Grushenka l’ultima volta che eravamo stati alla Fondazione Bianciardi a Grosseto per fare delle ricerche per la sua, di lauree; c’erano un Rosso Stalin e un Rossissimo Lenin che avevo bevuto insieme a mio suocero una delle prime volte che bevevamo insieme; e così via, una bella storia per ogni bottiglia. Ce n’erano ormai un bel po’, tipo tre file di bottiglie vuote in cima a quattro o cinque metri di libreria, tutte lavate per bene dopo l’uso e chiuse con un po’ di carta assorbente o uno stoppino per non farci andar dentro la polvere o i ragni. Ero molto contento della mia collezione.

Poi dieci anni fa, erano le quattro del mattino, ero stato svegliato più che da una vibrazione, dal fracasso di un quintale di vetro che colpisce il pavimento, e voltandomi verso il corridoio, che la porta era aperta e dieci o quindici metri più in là stava il salotto con la libreria, vedevo dei cocci neri, verdi e viola saltare e strisciare sul pavimento, arrivavano in volata fin sotto il mio letto.
Avevo preso il cane e la gatta e li avevo tirati su con me perché non si facessero del male. Avevo aspettato che finissero il baccano e la tremarella. Poi mi ero alzato e avevo forse bestemmiato ad alta voce, ma mica per cattiveria o il dispiacere, era più una specie di stupore.
E così, dalle quattro e qualcosa del mattino di dieci anni fa, anche se le bottiglie che bevo sono buonissime e dietro hanno una storia bella e complicata, da ricordare, beh, fa lo stesso, quando son finite le vado a buttare nel bidone del vetro. Va bene anche così.

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#èperlavoro

E oggi, cioè ormai ieri, dopo circa due anni e mezzo che stavo con i piedi per terra ho ripreso un aereo, e come tutte le volte che prendo un aereo, se lo trovo nella retina di fronte al seggiolino, all’uscita mi sono infilato nello zaino il sacchetto per il vomito da aggiungere alla mia collezione di sacchetti per il vomito. Solo che poi, mentre scendevo, mi ero chiesto dove fosse finita la mia collezione di sacchetti per il vomito e mi sono risposto che non me lo ricordo più. E un po’ mi è dispiaciuto.

***

Comunque, mentre ero ancora all’Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, nell’area degli imbarchi avevo incrociato almeno centocinquanta o duecento carabinierə, maschi e femmine, che affollavano tutti i bar e facevano molto baccano, tuttə in alta uniforme, e a un certo punto ho visto che si mettevano in fila, ordinatissimə, davanti al gate di fianco al mio. Allora sono andato a leggere la destinazione: andavano a Lourdes.

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E poi, appena atterrato in Spagna, mi sono ricordato che nei mesi scorsi avevo letto su internet che gli spagnoli avevano tolto tutte le restrizioni e le mascherine e c’era un sacco di gente che li indicava come degli esempi di libertà da seguire e imitare. Allora ho provato a farci caso, in aeroporto, in treno, al ristorante: avevano tutti la mascherina.

Poi sul treno per Valladolid c’era una voce registrata che diceva, se ho capito bene, se per favore tutti potevamo tenere la mascherina per tutta la durata del viaggio, e che se non l’avessimo avuta ce ne avrebbero data una loro, gratis, e che si scusavano per il disagio, in spagnolo più o meno “lamentamos por la molestia”, che è un po’ come chiederlo col cuore in mano. Difficile disobbedire.

***

E alla fine, uno dei clienti spagnoli mi ha chiesto se hablavo español, e io per fare lo splendido gli ho detto che lo capisco, ma lo parlo solo dopo la terza cerveza, allora lui ha ordinato tre birre e me le ha fatte mettere tutte e tre davanti al naso dalla cameriera. Dopo hablavo un po’ di español.

***

E era un bel po’ che non mi succedevano così tante cose in un giorno solo.
Buonanotte.

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Tutti gli anni

E anche quest’anno, come tutti gli anni, avevamo appeso la nostra bella bandierina di carta del 25 aprile sul balcone. L’avevamo comprata lasciando un’offerta per l’ANPI, come tutti gli anni, e l’avevamo appesa al balcone, rivolta verso l’esterno, intorno al 22 di aprile, che è la ricorrenza della Liberazione di Carpi, come tutti gli anni. E come tutti gli anni, pensando sempre di toglierla il 2 di maggio, cioè alla fine delle festività per come le intendiamo noi, l’avevamo invece lasciata lì. Tutti gli anni succede così, che la vogliamo togliere il 2 di maggio ma poi ci dimentichiamo e rimane attaccata, la togliamo dopo un po’, delle volte a metà maggio, delle volte alla fine del mese, qualche volta è successo che rimanesse sul balcone fino a giugno.
E anche quest’anno, come tutti gli anni, stamattina, che è il 6 di maggio, era ancora lì. Solo che oggi piove tanto e c’è un vento forte, e prima, mentre andavo a preparare il pranzo, ho dato un’occhiata al balcone e ho visto che c’era qualcosa che svolazzava, un lembo di carta buttato qua e là dal vento in maniera scomposta. E non c’era più la bandierina di carta del 25 aprile, era stata strappata via. Non che dia un peso eccezionale o un significato sovrannaturale alla cosa, perché sono un po’ ateo su quasi tutto. Però non era mai successo, gli altri anni.

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Nori (e Lacan)

E in un libro che si chiama Manuale pratico di giornalismo disinformatodel 2015, Paolo Nori dice che Jacques Lacan era uno che aveva modificato la psicanalisi, o la psicologia, nel senso che il matto, dopo il lavoro di Lacan, non era più quello che si metteva lo scolapasta in testa ed era convinto di essere Napoleone, il matto era Napoleone che era convinto di essere Napoleone.


(Che è una cosa che posto tutti gli anni, il 5 maggio, quando mi ricordo)


O me o te

[Quello che segue è il copincolla di un pezzettino che ho letto sabato sera durante il concerto dei DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) all’ATP di Migliarina; l’avevo scritto la prima volta tanti anni fa (tipo dodici!), ma l’altro giorno l’ho ricicciato un po’ per farlo con la band. Non so se sia bello leggerlo così com’è scritto qui sotto, che io subito dopo aver pubblicato una cosa mi vergogno sempre come un cane di come è scritta, figuriamoci con un pezzo di così tanti anni fa. Però l’altra sera, dal vivo, con la batteria, il basso e due chitarre a fare dei bei saliscendi, oh, secondo me è venuto molto bene. Quindi non lo rifaremo mai più.]

***

Mio nonno, Corrado, quando andavo a una manifestazione, da quelle della scuola contro la Jervolino a quelle della FIOM per il rinnovo del contratto, tutte le volte mi raccontava le stesse due o tre storie. Una è la storia di quando era andato a piedi a Modena per il funerale di alcuni compagni uccisi davanti alle Fonderie, il 9 gennaio del 1950; un’altra era quella di quando era in piazza a Reggio Emilia e aveva sentito degli spari e aveva visto la gente scappare, il 7 luglio del 1960, magari prima o poi racconto anche queste storie. Quella che invece racconto adesso, visto che domani è il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori, è la storia di una sbarra di ferro.

Mio nonno, Corrado, nel primo dopoguerra e poi negli anni 50, non aveva più una gran voglia di fare il contadino. C’era l’Italia da ricostruire e da rimettere in piedi e lui, che era un gran lavoratore, prestava le braccia in giro, dove serviva, come per la bonifica del canale, per esempio. Mi raccontava che, mentre bonificavano, ogni tanto c’erano degli scioperi, e quando arrivavano i celerini, loro si mettevano con le pale e i forconi puntati in avanti: la prima fila in ginocchio, la seconda in piedi, le altre file dietro pronte a sostituire i caduti. Non gliel’aveva insegnato nessuno, a fare così, e visto che erano in gran parte semianalfabeti non lo sapevano mica che erano disposti come i macedoni di Alessandro Magno.
Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia in caso di bisogno. Come usare una spada o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.

E così, mio nonno, Corrado, dieci anni dopo, negli anni 60, era già un operaio della cooperativa dei muratori che avevano fondato per rifare l’Italia. E adesso che l’Italia era rifatta, c’era da modernizzarla. Loro, gli operai, pensa te che ingenui, l’Italia la volevano moderna ma senza compromessi. E allora scioperavano, continuamente, scioperavano in tutta l’Italia e anche a Novi di Modena, alla cooperativa dei muratori di mio nonno. Scioperavano e scioperavano, e manifestavano, urlavano slogan, si tenevano a braccetto per proteggere i rappresentanti sindacali, nei cortei, lungo la piazza del paese.

Poi arrivava la celere, con le camionette, gli elmetti, le armature, i manganelli, le pistole e tutto il resto.

E loro via, di corsa, sparpagliati per il paesello, una gran foga, un parapiglia, ognuno col suo celerino dietro al culo, il manganello e la pistola puntati alla schiena. Loro, i manifestanti, erano a mani vuote, perché ci credevano ancora che le cose le si potesse cambiare solo alzando la voce. E invece niente, tu alzavi la voce e subito arrivava il celerino con l’elmetto, l’armatura, il manganello e la pistola, e tu via, di corsa. Sempre così.

Anche mio nonno, Corrado, correva anche lui.
Anche lui col suo celerino dietro al culo.

Mio nonno mi raccontava che, mentre correva come un matto, per la paura aveva visto il cortile di una ferramenta e ci si era infilato dentro, e il celerino dietro, ma un po’ distante, perché mio nonno correva veloce ed era il figlio di Archimede, l’uomo più forte del paese.
Poi era arrivato anche il celerino, lì, dentro il cortile della ferramenta. Era entrato per il cancello e si era fermato di colpo, sudava. Davanti a lui c’era mio nonno, Corrado, che si era fermato con le gambe divaricate e ben piantate, e una sbarra di ferro in mano che sarà stata lunga un metro e mezzo, una di quelle sbarre di ferro piene, di quelle che fan male.

O me o te, aveva detto mio nonno, Corrado, al celerino.
O me o te.
Impugnava la sbarra di ferro come una mazza, come una spada.

Deve essersela vista brutta, il celerino. Tirare fuori la pistola e sparare non poteva, o meglio, non se la sentiva, così, da solo, sai te i casini, dopo. Aveva solo il manganello e l’elmetto e l’armatura.
Mio nonno, Corrado, invece, aveva la camicia aperta, sudata, il torso nudo, coi pettorali ereditati da suo padre che pulsavano, le gambe larghe e ben piantate e in mano la sbarra di ferro, come una mazza, come una spada, per far male.

O me o te, diceva.
O me o te.

Era poi scappato via, alla fine, il celerino. Mio nonno, Corrado, aveva tirato fiato, aveva messo giù la sbarra di ferro e si era incamminato verso casa.
Mentre camminava, con la testa bassa e il fiatone per la gran paura, pensava che non lo sapeva mica se avesse avuto il coraggio di spaccargliela, la testa, al celerino. Però, mi raccontava, gli era venuto automatico comportarsi così.
Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia in caso di bisogno. Come usare una sbarra di ferro o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.

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Hobsbawm

E in un saggio intitolato Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, del 1990, dentro a un libro che si chiama Gente non comunedel 1998 o del 2000, Eric John Ernest Hobsbawm dice che i socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e che simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. E dice che è facile capirne il motivo. E che la somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. E poi dice anche di possedere uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un’idea del contenuto:

È questo il tempo primaverile e festivo in cui la perpetua evoluzione della natura rifulge in tutta la sua gloria. Come la natura, riempitevi di speranza e preparatevi a una Nuova Vita.

Dopo qualche riga di raccomandazioni morali («Abbiate rispetto di voi stessi: guardatevi dalle bevande che ubriacano e dalle passioni degradanti», e così via) e buoni propositi socialisti, la predica si concludeva con un brano di sapore millenaristico:

Presto le frontiere si dissolveranno! Presto finirà il tempo di guerre ed eserciti! Ogni volta che praticherete le virtù socialiste della Solidarietà e dell’Amore, farete sì che questo futuro sia più vicino. E allora, nella pace e nella gioia, verrà un mondo in cui il socialismo trionferà, una volta compreso il dovere sociale di tutti di favorire il pieno sviluppo personale di ciascuno.

E poi, alla fine, Eric John Ernest Hobsbawm dice che, diversamente da altre ricorrenze, comprese molte manifestazioni più o meno ritualizzate del movimento operaio tenutesi in precedenza, il Primo maggio non commemorava niente, almeno al di fuori dell’influsso anarchico che mirava a collegarlo all’episodio degli anarchici di Chicago del 1886. Non verteva su niente fuorché sul futuro, che, al contrario di un passato che niente aveva avuto in serbo per il proletariato se non tristi esperienze («Du passé faisons table rase» cantava non per caso l’Internazionale), prometteva l’emancipazione. Inoltre «il movimento» non offriva, come invece la religione, ricompense dopo la morte, ma una Nuova Gerusalemme su questa Terra.


(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo. Buon Primo maggio)


30 aprile: DUEPONTI all’ATP

E sabato 30 aprile, cioè dopodomani, coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) suoniamo ancora all’ATP Live Music Club di Migliarina, frazione di Carpi, in provincia di Modena, quel posto altrimenti conosciuto come Zazzabar. Suoniamo insieme a GIVE VENT (in maiuscolo, però staccato), che fa dell’heavy folk punk emozionale molto bello. E se venite anche a cena, mi han detto che la pizza è buonissima.

Dovrebbe essere l’ultima volta che si suona col Green Pass, abbiamo un paio di pezzi “nuovi”, e ci trema un l’orlo delle mutande.

Qui c’è l’evento su fb con tutte le informazioni.
E questo è il volantino:

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È il 26 aprile

È il 26 aprile e sono ancora antifascista, pensa te.


(Una citazione di simonerossi che posto tutti gli anni)


Ci vuole del coraggio

Mio nonno, Corrado, eran già dei mesi che stava in prigione, ma ultimamente se la passava meglio. Meglio di qualche mese prima, quando c’era quell’aguzzino fascista a comandare la galera, un tipo sadico e cattivo che ammazzava i prigionieri a suon di botte, uno al giorno, tutti i giorni.

Mio nonno, Corrado, quando è arrivato in prigione, l’han chiamato subito nel piazzale insieme con tutti gli altri carcerati. Li hanno messi in fila, e uno sì e uno no venivano marchiati con una spennellata di vernice nera sul petto. Poi il capo fascista ha detto Quelli senza spennellata facciano un passo avanti. Ma mio nonno, che la spennellata ce l’aveva, è rimasto fermo lì dov’era. Quelli senza spennellata, invece, li han messi contro a un muro e li hanno fucilati, così, al volo, per dimezzare i letti occupati in galera in un colpo solo. Con voialtri, aveva detto poi il fascista, con voialtri cominciamo da domani, uno alla volta. E così han fatto, dal giorno dopo. Ogni giorno ne moriva uno di botte. Mio nonno racconta che ha visto i suoi due compagni di cella morire, prima uno poi l’altro, massacrati dalla testa ai piedi, e il terzo giorno toccava a lui.

Il terzo giorno, la mattina presto, nella cella di Corrado, mio nonno, che aveva diciotto o diciannove anni, è arrivato il prete e gli ha dato l’estrema unzione. Poi sono arrivati tre fascisti e han cominciato a picchiarlo. Pim pum pam, in faccia, pim pum pam, nelle gambe, pim pum pam, nella pancia, pim pum pam, sulle braccia, pim pum pam, calci nei reni, pim pum pam, pim pum pam. Mio nonno dice che era lì che si lasciava picchiare, e a un certo punto non sentiva più niente, sperava solo di morire alla svelta. E invece.

E invece non è mica morto, perché proprio in quel momento lì, mentre lo stavano ammazzando, pensa che culo, sono arrivati i partigiani ad attaccare la prigione e i fascisti son corsi fuori coi fucili spianati lasciando mio nonno sanguinante e svenuto sul pavimento.

Tre giorni dopo, quando si è svegliato, era in ospedale. L’attacco dei partigiani era stato respinto, ma qualcosa doveva essere successo, perché adesso, così gli dicevano, adesso il capo fascista era un altro, uno che, dicevano, ma lo dicevano sottovoce, era amico dei partigiani e trattava bene i prigionieri, anche se era comunque un fascista. Mio nonno, Corrado, lì per lì, ha pensato Grazie al cielo anche se era ateo, ed è stato un mese sul letto dell’ospedale, aspettando che le croste nella pancia si cicatrizzassero e i lividi in testa sparissero, e si faceva le sigarette con la carta di giornale, svuotando dei mozziconi trovati per terra che gli portavano le infermiere. Da quella volta dice che non ha mai smesso di fumare perché tanto, per lui, dai diciannove in poi eran tutti anni regalati.

E quindi un mese dopo, uscito dall’ospedale, mio nonno, Corrado, è tornato in prigione, nella cella di prima, quella dove il prete gli aveva dato l’estrema unzione. Solo che era diverso, stavolta, invece di un crostino di pane e una ciotola d’acqua sporca al giorno, il capo fascista gli faceva portare un crostino di pane e mezzo e dell’acqua pulita. E poi la sera, dopo che erano diventati un po’ confidenti, gli chiedeva se non aveva voglia di accompagnarlo fuori a cena, là, nel bordello, nella casa di piacere, e di riportarlo a casa e tornarsene in cella, perché il capo fascista, di lui, di Corrado, si fidava.

E così mio nonno, senza neanche capire il perché, quasi tutte le sere usciva dalla cella, andava in una casa di piacere col capo fascista della prigione, si sedeva su una seggiola e aspettava che il suo carceriere finisse quello che doveva fare. Poi, quando aveva finito, lo riportava a letto, sorreggendolo fino alla prigione perché veniva sempre fuori ubriaco, e dopo, messo a letto il suo carceriere, mio nonno tornava nella sua cella a dormire, chiudendosi la porta dietro le spalle. Stava lì ad aspettare chissà cosa, ma era appena guarito e non sapeva cosa fare, così, nell’immediato, e quindi tornava nella sua cella, ché aveva anche una gran voglia di riposarsi, dopo tutte quelle botte.

Questa cosa qui, quella di mio nonno che tutte le sere portava il fascista a puttane e lo riportava a letto, è durata quasi un mese.

Poi una sera, mentre mio nonno, Corrado, era lì seduto sulla solita sedia con le mani sulle ginocchia a guardarsi intorno nella casa di piacere, ad aspettare che il suo carceriere finisse quello che doveva fare, sono arrivate tre donnine mezze nude, tre puttane, e han cominciato a parlare con lui. Lui, mio nonno, che era timidissimo, almeno con le donne, non sapeva cosa dire. Però notava che i discorsi delle tre donnine si stavano spostando dalle moine sempre più verso il politico.

Sai Corrado, gli han detto a un certo punto, sai che quello che c’era prima a capo della prigione, quello che ammazzava di botte voi prigionieri, ne ha ammazzati venti, in quel modo lì? Eh, lo so bene, rispondeva mio nonno, anche con me c’era quasi riuscito. Sai Corrado, continuavano le tre donnine, sai che adesso sappiamo il nome e il cognome e se vuoi te lo diciamo così puoi vendicarti? Oh, non lo so mica io, rispondeva ancora mio nonno, non capisco e diciamo che non voglio capire. Dai Corrado, han detto quelle facendosi serissime tutto d’un colpo, Corrado, domani sera, tu, quando porti qui quel puttaniere fascista, vieni con noi che andiamo a fare una cosa. Ma non lo so, ha detto mio nonno allarmato, non lo posso mica fare di andare dove mi pare, sono in galera. Sì che puoi, Corrado, gli hanno risposto le donnine, ci pensiamo noi, te non preoccuparti.

Quella notte lì, mio nonno, dopo aver messo a letto il fascista ubriaco come al solito ed essere tornato in cella come al solito, dice che non riusciva a prendere sonno.

La sera dopo, infatti, ha riaccompagnato il suo carceriere nella casa di piacere. Lui, il fascista, gli ha detto Aspettami qui, ed è andato a fare le sue cose. Intanto mio nonno si è seduto sulla seggiola ad aspettare, ma non era mica tranquillo, gli tremavano un po’ le gambe. E poi sono arrivate le tre donnine, le tre puttane della sera prima, l’hanno abbracciato e gli han detto Corrado, vieni con noi, usciamo qui di dietro. E sono usciti, tutti e quattro. Lì dietro c’era un camion di quelli dell’esercito, solo che dentro non c’erano i fascisti, ma dei partigiani vestiti da fascisti. Appena hanno visto mio nonno, in silenzio, gli han dato una divisa fascista e l’han caricato sul camion. Salta su, gli han detto.

Mio nonno è saltato su, e dentro c’era proprio quel sadico del suo aguzzino di una volta, quello che voleva ammazzarlo di botte, legato dalla testa ai piedi e con qualche livido sulla faccia, gli avevano tappato la bocca. Mio nonno, Corrado, dice che ci è rimasto di pietra.

Poi il camion è partito. Nel tragitto erano tutti agitati, ma non è successo niente. Passa il primo posto di blocco e niente, tutto a posto, i documenti erano in regola. Passa il secondo posto di blocco, e tutto a posto anche lì, tutto in regola. Finché, arrivati in mezzo ai campi, i partigiani han preso il fascista, l’hanno slegato e gli hanno dato una pala.

Scava, gli hanno gridato. E lui, il fascista, s’è messo a scavare. E intanto piangeva.

Finito il buco, l’hanno messo in ginocchio. Corrado, han detto i partigiani a mio nonno mettendogli in mano una pistola, Corrado, adesso pensaci tu, vendicati.

Mio nonno racconta che ha preso in mano la pistola, l’ha guardata, è rimasto lì cinque minuti in silenzio e il cuore gli stava venendo fuori dalla bocca. Ha fatto un respiro e ha guardato il fascista in ginocchio che piangeva e tirava su col naso. Non sapeva cosa fare.

No, non me la sento, ha detto coi partigiani, davvero, non ci riesco.

Loro, senza perder tempo, gli han detto Va bene, Corrado, allora vai via e torna a casa a nasconderti, subito.

E mio nonno, Corrado, ha tirato un altro respiro, si è cambiato i vestiti e si è incamminato al buio in mezzo ai campi, piano piano, un tumulto in testa e le gambe che tremavano, si è acceso una sigaretta fatta con la carta di giornale che aveva trovato in tasca. Da lontano ha sentito una schioppettata, poi tutto è ritornato in silenzio.

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Sai Marco, mi ha sempre raccontato, perché coi nonni funziona così, quando invecchiano, succede sempre che ti raccontano la stessa storia una decina di volte e tutte le volte è come se fossero lì a raccontarti quella storia per la prima volta, secondo loro. Sai Marco, mi diceva sempre, ci vuole del coraggio a sparare a una persona, e io, quella volta lì, il coraggio non ce l’ho avuto.

Io lo ascoltavo sempre come se fosse stata la prima volta che me lo raccontava. E non gliel’ho mai detto, a mio nonno, ma quando penso al coraggio, la prima immagine che mi viene in mente è la sua, è mio nonno, Corrado, con le mani in tasca, una notte di tanti anni fa, da solo, coi pensieri in testa come un tumulto, la tremarella nelle gambe e una sigaretta fatta con la carta di giornale in bocca. Il coraggio, per me, è mio nonno, Corrado, che cammina per tornare a casa. Perché delle volte ci vuole del coraggio, penso, ci vuole del coraggio anche a non averne, del coraggio.


(È una cosa che avevo scritto su Barabba nel 2011, che era finita su un libro che si chiamava Schegge di Liberazione e che ormai posto tutti gli anni. Grushenka dice sempre che è la mia My Way)

Buon 25 aprile.

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