Lessico famigliare (2)

«Sai cosa manca in questa casa?»
«?»
«Un camino e un pianoforte.»
«…»


Dei ricordi (22)

Il 27 novembre del 2015, più o meno verso l’ora di cena, non so neanche dire perché, avevo scritto una cosa che diceva così:

Questa lunghissima assemblea condominiale dell’anima.

A rileggerla, mi sembra che abbia una sua universalità.
Forse. Mah.


Così va la vita (dipende dall’intonazione)

Io, che di calcio non so niente, posso solo dire che da bambini, negli anni 80, e poi da ragazzi, negli anni 90, quando ci si trovava per giocare a calcio o a calcetto per la strada o ai campetti, se qualcuno faceva una cosa azzardata e incredibile, magari per caso, e gli riusciva, c’erano sempre una voce o due che gli gridavano «Eeeh! Maradona!»
E quando invece qualcuno faceva una cosa azzardata e incredibile, magari per sbaglio, ma non gli riusciva, e sbagliava in modo plateale o cadeva rovinosamente o in modo goffo e impietoso, c’erano sempre una voce o due che gli gridavano «Eeeh! Maradona!»
Delle volte significava «Hai fatto una cosa impossibile, di quelle che ci riesce solo Maradona», altre volte voleva dire «Ma dai, chi ti credevi di essere, Maradona?»
Dipendeva dall’intonazione.

Così va la vita.


I colori dell’autunno

Il problema di avere un cane in novembre è che se, per esempio, sei con lui al parco nella vostra passeggiata quotidiana, diciamo al mattino, e metti che tu sei lì che stai spippolando col cellulare per leggere le notizie o scrollare qualche bacheca, camminando pian pianino per far fare al tuo amico a quattro zampe le sue belle pisciatine, a un certo punto senti il guinzaglio che tira, con la coda dell’occhio vedi che lui si è fermato nella classica posizione che assumono i cani per cagare, una posizione sempre accompagnata da un’espressione così particolare e remissiva che penso venga da lì il dire “vergognarsi come un cane”, ma comunque, hai appena capito quello che sta facendo, allora metti via il cellulare nella tasca di dietro dei pantaloni, strappi un sacchino dal rotolo dei sacchini che ti porti sempre diligentemente dietro, ci infili la mano come in un guanto e cominci a controllare dove l’ha fatta, solo che al parco sono dei giorni che non raccolgono le foglie, e tu cerchi e cerchi ancora, ma, niente, non la trovi.
E cerchi e cerchi di nuovo e ancora niente, smuovi un po’ le foglie con la mano infilata nel sacchino per non dover inavvertitamente trovare quello che stai cercando con la mano nuda, ma, oh, vigliacco, non c’è.
Così ti guardi intorno, un po’ circospetto. Cosa devi fare?
Non c’è.
L’hai cercata, sembra dire il tuo sguardo al parco, anche se non c’è nessuno intorno.
Ci guardi ancora. È mattina, c’è il sole, ci vedi bene. Non la trovi lo stesso.
Ti guardi ancora intorno, ti senti in colpa, ci mancherebbe. Non puoi però far altro, ammetti  con la faccia dispiaciuta al mondo che ti circonda, che riappallottorale il sacchino e mettertelo in tasca.
E dici «dài, su,» al cane, che è già un po’ che ti guarda impaziente o dubbioso.
Tutti e due trotterellate verso casa.
E quando entri, se passi davanti a uno specchio, vedi una faccia che è la stessa che aveva lui mentre cagava.

Questo per dire che se tra le foglie rosse, arancio, gialle, marroni, bellissime, croccanti, poetiche di questi giorni vedete un escremento o magari lo pestate, che son due bei maroni, mi rendo conto, dovete pensare che ogni tanto, mica sempre, ma delle volte magari non è colpa del proprietario incivile, che lui ce l’ha messa tutta per tirarla su, ma non ci è riuscito, e non ci è riuscito perché l’autunno, così bello e pieno di poesia, ha i colori delle merde dei cani.


Due cose d’attualità

Ieri sera, negli ultimi minuti prima del coprifuoco, ero in giro con Rasko, il mio cane, nel parco sotto casa e ho incrociato uno che correva, un runner. Ci siamo guardati e avevamo un’espressione negli occhi che diceva più o meno «Eh, ci vuole della pazienza.»

Oggi Grushenka, invece, ha scritto su facebook una cosa che dice così:

Io però ammetto che se ci fossero delle tipo superga bianche con la gigantesca scritta Coop rossa le comprerei subito.

Le comprerei subito anch’io.


Così va la vita (semplicemente)

E quindi, dopo più di un mese di digiuni e terapie e dimagrimenti, col fegato (fegato fegato) spappolato, ieri sera tardi entrando in camera con la torcia accesa nel cellulare per non inciampare, ho sentito un rumore e un rantolo e l’ho vista lì, per terra, che non respirava più. Poi con un sussulto aveva ricominciato a respirare. E dopo, un altro rantolo, e nella notte l’ultimo sbuffo di fiato. Stamattina era ancora lì, distesa sul panno che le avevamo messo vicino al termosifone. Fredda e con gli occhi spalancati.
E non lo so come funziona, la nostra testa, che delle volte non scende nemmeno una lacrima per la morte di un amico o di un parente, ma scoppiamo a piangere come delle viti tagliate, e ci abbracciamo a occhi chiusi e ci sentiamo più soli, quando muore una gatta.

Proprio in questi giorni stavo leggendo un libro che si chiama Perché comincio dalla fine, di Ginevra Lamberti, dove viene riportato un passo di una poesia di Laura Liberale che dice «morire come il gatto di casa, girandosi dall’altra parte, semplicemente.»

Ecco.
Così va la vita.

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Amato (e Russell)

E in esergo a un libro che si chiama Stupidistan, del 2020, Stefano Amato mette la citazione di un libro che si chiama Il trionfo della stupidità, dove Bertrand Arthur William Russell dice che il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sicuri di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.


C.C.C.P.

Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.

(una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 di novembre)


Majakóvskij (2)

E in un articolo che si intitola La mia scoperta dell’America, del 1925, dentro a un libro che si chiama America, del 1997, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij dice che se un americano fa solo punte di aghi, sa farlo meglio di ogni altro al mondo, ma potrebbe non aver mai sentito parlare di crune.


Lessico famigliare

Grushenka: «Di chi è questo pezzo?» (lo canticchia)
Io: «Cerco su Google» (cerco su Google) «dice Simon & Garfunkel.»
G: «Ma valà.»
Io: «Dice così.»
G: «Stiamo invecchiando.»
Io: «Guarda che Simon & Garfunkel sono dei grandissimi.»
G: «Stiamo invecchiando.»
Io: «Non è che ascoltiamo la musica dei vecchi, è che la vecchiaia ci sta togliendo i pregiudizi della gioventù, e Simon & Garfunkel…»
G: «Senti, lo so chi sono Simon & Garfunkel, non venire a dirmi chi sono Simon & Garfunkel, il Greatest Hits del ’72 lo so a memoria, POTRÒ AVERE DEI PREGIUDIZI SUI BEATLES MA NON SU SIMON & GARFUNKEL!»

E io, insomma, non lo so. Rimango zitto.

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