Dei ricordi (5)

Il 20 novembre del 2014 era un giovedì lavorativo come tutti gli altri e scrivevo una cosa intitolata “la crisi economica, la crisi permanente, la crisi in generale, il grillismo e il neo-neofascismo, Wolverine che muore, gli operai manganellati, i gruppi su Facebook, Renzi, l’ebola, l’ISIS: cosa vuoi mai combinare in un mondo del genere?” e rispondevo:

Ma boh. Noi, per esempio, facciamo un bambino.

L’abbiamo poi fatto davvero.
(E Wolverine, nel frattempo, è tornato in vita.)


Si ricorderanno di noi (5)

Come della generazione di quelli che facevano le cose e immediatamente ci scherzavano sopra. (Che a volte è un pregio, altre volte invece no.)


Rodari

E in un libro che si chiama La freccia azzurra, del 1964, Gianni Rodari, all’anagrafe Giovanni Rodari, dice che per Franco fu una notte indimenticabile, quando i pastelli, uno dopo l’altro, gli mostrarono quello che sapevano fare. Per esempio, gli disegnarono e dipinsero tante bandiere, che la stanza sembrava un giorno di festa nazionale. E che fecero la bandiera tricolore e la bandiera rossa, e si accapigliarono perché ciascuno voleva che la propria bandiera fosse la più bella, poi fecero la pace e disegnarono tutti insieme una bandiera di sette colori. E poi dissero: «Ecco qui, ci siamo tutti e sette e non si fa torto a nessuno. Ora andremo veramente d’accordo.»


La New Wave italiana (il blogroll – 12 / per posta – 5)

Anche alla fine dell’anno del blogroll ci sono ancora delle cose che spuntano.
Che avesse ripreso a raccontare delle storie verticali lo sapete tutti, però lo segnalo lo stesso perché l’ho appena spostato nel gruppetto della New Wave italiana del mio feedreader (uso feedly, quello gratis, se vi interessa), e sto parlando di:

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Credete alle fate?

C’è molto buio, come quasi tutte le sere, e solo una lucina da lettura col suo braccino pieghevole illumina il libro e il suo intorno di facce e cuscini e coperte tirate su fino alle spalle. Io sto leggendo a voce alta col magone e gli occhi bagnati, perché è lo stesso passo del libro di Peter Pan che legge la mamma di Elliott alla piccola Gertie (Drew Barrymore) in E.T. L’Extraterreste, quindi, insomma, capite il coinvolgimento. E…

«Di secondo in secondo, la luce di Trilly si attenuava, e Peter sapeva che la piccola fata non avrebbe più avuto vita quando la fiamma si fosse spenta.
Felice di quelle lacrime, Trilly sporse le sue piccole dita per sentirle scorrere. Parlò anche, ma la sua voce era ormai così fioca che subito Peter non afferrò quanto diceva. Poi capì. Trilly gli stava dicendo che era certa di guarire se i bambini avessero creduto ancora alle fate.
Peter tese le braccia. Non c’erano più bambini là, ed era notte. Ma si rivolse a tutti quelli che in quel momento stavano sognando l’Isolachenonc’è e che perciò erano più vicini di quanto immaginiate. Bambini e bambine nelle loro camerette e piccoli selvaggi nei cesti appesi agli alberi: tutti furono interpellati da Peter.
— Credete alle fate?
Trilly si alzò a sedere sul letto con una certa vivacità per udire le risposte…

— CREDETE ALLE FATE?
Eh?
Tu ci credi alle fate?»

«No. Io credo solo ai draghi.»

Addio, piccola Trilly.


Nori (3)

E in un libro che si chiama Bassotuba non c’è, del 1999, Paolo Nori dice che quando incontra la gente, che gli chiedono Come va? per un attimo ha la tentazione di dirglielo.


Mento (non sapendo di mentire)

Ieri sera il Miny mi ha chiesto: «Perché il mento si chiama mento?»
Gli ho risposto che non lo sapevo, ma che avrei studiato e glielo avrei detto il giorno dopo, cioè oggi.
Lui mi ha detto «Ok» e poi è andato a dormire.
Intanto, mentre dormiva, ho chiesto all’internet (cioè a facebook, che adesso è l’internet, ahinoi e ahime) se qualcuno avesse idea del perché il mento si chiama mento così da poter fare una bella figura col Miny il giorno dopo, cioè oggi.
La risposta più bella l’ha data un’amica, che ha detto che il mento si chiama mento «perché non poteva chiamarsi altrimento».

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