A metà

Ieri mattina uno scrittore inglese di nome Alex Christofi diceva su Twitter che il giorno prima era stato definito «assassino di libri» da un suo collega, perché lui, Alex Christofi, ha l’abitudine di tagliare a metà i libri lunghi, così sono più comodi da portare in giro. E chiedeva se per caso c’era qualcun altro che facesse la stessa cosa.
Metteva anche una foto dei suoi libri tagliati:

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Dick

E in un saggio intitolato Come costruire un Universo che non cada a pezzi dopo due giorni, del 1978, dentro a un libro che si chiama Se vi pare che questo mondo sia brutto, del 1999, Philip Kindred Dick dice che la realtà è ciò che non sparisce quando smetti di crederci.


La dolce metà

Tu l’hai mai vista La dolce vita?, mi dice lei, sei anni fa, oggi.
Macché, le rispondo.
Pensa che strano, mi fa, neanche io, eppure siamo due tipi che ci piacciono i vecchi classici.
Eh, dico io, è strano.
Va bene, decide lei, andiamo a casa mia, ce l’ho in videocassetta.

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Fruttero & Lucentini (4)

E in un’opera teatrale che si chiama La cosa in sé, del 1982, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, c’è una figlia che dice a un medico che l’unica cosa di cui Cartesio non dubitava era di esserci lui stesso. «Penso, dunque sono». E che tutto il resto, cose e persone, poteva benissimo esistere solo nella sua testa.
E il medico le risponde che poi s’è visto che non era vero, perché Cartesio è morto e loro, tre secoli dopo, sono ancora lì.
E allora la figlia gli dice che questo non significa che fosse sbagliata l’idea. E che significa semplicemente che il vero solipsista non era Cartesio.


La Bionda e il Nemico

Mia bisnonna si chiamava Galavotti Angiolina, prima il cognome e poi il nome, come d’uso tra la gente nata povera e mezzadra, specie nel 1905, anno di nascita, appunto, di Galavotti Angiolina detta Bionda. Bionda forse per il colore dei capelli, non lo so, io li ho sempre visti in bianco e nero, sulle foto e sulla sua testa. Per me e per la mia famiglia resta ancora un mistero.

Ci ricordiamo, invece, dell’altro soprannome che aveva: Scelba. E la Bionda, Scelba, non era, come avrete capito, una personcina alla mano. Era spietata, una matriarca, una matrona, una severa padrona di casa come in un romanzo ottocentesco; ma a me voleva bene, e me ne voleva talmente tanto che penso di essere stata la persona che da lei, in vita sua, ha ricevuto più sorrisi di tutti. Con mia sorella non era così. Con lei mai un sorriso, solo convenzioni e convenevoli, magari soldi, ma mai sorrisi. Per me, il maschio primogenito, sorrisi e buffetti. Sorrisi, buffetti e minestrone: lei faceva sempre il minestrone.

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Dei ricordi (8)

L’11 gennaio del 2009, verso l’1 e mezza del mattino, cioè in piena notte, avevo scritto una cosa così:

Pecorino Collefrisio d’entrata, Chateau Coucy Montagne Saint-Emilion a seguire, Anisetta Meletti in chiusura. Possiamo dormire beati.

Poi l’anno dopo, l’11 gennaio del 2010, alle 9:23, si vede che avevo finito le ferie, perché avevo scritto una cosa così:

oggi si ritorna a viver come bruti.

L’11 gennaio del 2015, invece, era una domenica mattina, scrivevo una cosa intitolata “cose nuove sul frigo, che adesso, oggettivamente, è un signor frigo” accompagnata da una foto:
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La relatività

«La crescita è qualcosa che non si vede. E la grandezza è un compleanno.»
(il Miny, che ha quattro anni e mezzo, quasi cinque)


Wallace (5)

E in un’intervista con Larry McCaffery, del 1993, sempre dentro a un libro che si chiama Un antidoto contro la solitudine, del 2012, a cura di Stephen J. Burn, David Foster Wallace dice che l’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. E che è questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. E che il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e le duplicità.
E dopo dice che l’ironia e il cinismo postmoderni sono poi diventati fini a se stessi, sono diventati la misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria. E che pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di porre rimedio a quello che non va, perché a tutti i cultori dell’ironia blasé sembrerebbero sentimentali e ingenui.
E poi dice che l’ironia si è trasformata da uno strumento di liberazione in uno strumento di schiavitù. E che in un bellissimo saggio che aveva letto da qualche parte c’era una frase in cui si diceva che l’ironia è il canto del prigioniero che è arrivato ad amare la sua cella.


Scarpe rotte

[Il pezzetto qui sotto l’avevo scritto il 9 gennaio del 2010, dieci anni fa, su Barabba, e lo riporto così com’era, a parte qualche piccola correzione, perché sono fatto così.]

(Oggi)
oggi, sessant’anni fa, alle fonderie di Modena vengono ammazzati sei operai, feriti altri duecento, dalla polizia. Oggi, sessant’anni fa, mio nonno Corrado mi racconta che l’hanno saputo quasi subito anche a Novi, quello che era successo, a trenta e passa chilometri di distanza.

(Dopodomani)
dopodomani, sessant’anni fa, mio nonno Corrado si mette in marcia con un gruppetto di novesi: scioperano, mettono su le scarpe nuove e s’incamminano fino a Modena per i funerali. A Fossoli tirano su altri gruppetti come loro, e via andare; a Carpi fanno altrettanto, e via, ancora, andare; lo stesso a Soliera, a Ganaceto, a Lesignana e a Ponte Alto, sempre lo stesso passo, senza rallentare, mi racconta mio nonno Corrado, senza rallentare fino alle fonderie, via, andare. Sempre lo stesso passo perché trenta e passa chilometri non sono uno scherzo per chi esce dal paese solo per le feste, magari col carretto e le scarpe nuove in spalla per andare a ballare alla Festa de l’Unità di Carpi, che dicono che sia la più bella e poi è così grande.

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The rise and fall of Louis Cristoforetti

Mi chiamo Louis Cristoforetti, ho una cattedra di Letteratura nell’università della città e ogni tanto scrivo dei racconti per alcune riviste poco conosciute, sono interpretato da Matthew McConaughey nel fiore degli anni, tipo ai tempi di Contact; la mia compagna è una critica letteraria, tra le più famose al mondo, si chiama Grushenka ed è interpretata da Sandra Bullock, siamo molto innamorati.
È un mattino assolato e caldo, stiamo andando nell’auditorium di un grosso centro commerciale dove verrà consegnato un premio letterario molto ambito, con una ricompensa in denaro da far girare la testa. Grushenka è la presidente della giuria, quei soldi ci servono per finire di pagare la casa e mi ha detto che farà di tutto per farmelo vincere. In concorso, infatti, c’è anche un mio racconto, si chiama A-27 e tutti dicono che sembra scritto da un nuovo David Foster Wallace, e la cosa mi fa molto piacere, anche se a me, personalmente, questo mio racconto non piace più.
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