:)

E in libro che si chiama Dialogo, del 1984, che è appunto un dialogo su temi scientifici, fantascientifici, sociali e personali tra Primo Levi e Tullio Regge, a un certo punto, mentre parlano di scrittura, Primo Levi dice a Tullio Regge che adesso che era in pensione gli sembrava di disporre di valanghe di tempo libero, e se prima aveva scritto tre o quattro libri lavorandoci di sera e la domenica, adesso ne avrebbe dovuti scrivere venti o trenta, e invece non era andata così. E gli dice che c’era un suo amico che gli diceva che per fare le cose «bisogna non avere tempo» e che quindi il tempo è un materiale eminentemente compressibile.

Perciò, visto che ora devo postare una cosa che posto tutti gli anni, e cioè:

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penso che per le prossime 2.1428571428571429 settimane (cioè, se non ho sbagliato a fare i conti, due settimane e un giorno) io è difficile che riesca a fare qualcosa.


#lantifascismononsiarresta (un discorso)

[E questo è il testo della cosa che ho letto ieri sera a Novi di Modena, più o meno a metà del concerto dei Flexus, tra Cinque monete e I pugni in tasca; mi sono impappinato un paio di volte, ma tutto sommato è andata molto bene]

Buonasera.
Si sente? Bene.

Allora, ciao, io mi chiamo Marco Manicardi, sono il figlio di Iules e il nipote di Corrado, e sono un novese, o meglio lo sono stato per i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato ad abitare a Carpi per questioni d’amore. Abito lì da 16 anni e sono 16 anni che la mia compagna mi dice che secondo lei mi ha tolto il selvatico.
Forse qualcuno di voi mi ha sentito leggere altre volte proprio qui, in questo anfiteatro del Parco della Resistenza – senti che bel nome: Parco della Resistenza – e mi ha sentito leggere delle cose che parlavano a volte del terremoto, altre volte di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime.
Ecco, oggi, no. Oggi, se non vi dispiace, vorrei parlare di quello che è successo, e sta ancora succedendo, a dei miei concittadini, dei miei amici carpigiani. Vorrei parlarne perché secondo me è una cosa che c’entra con questa serata, con questo posto, il Parco della Resistenza, con questo giorno, il ventennale del 20 luglio del 2001, e anche con voi, anzi noi, che veniamo dal paese del Coro delle Mondine di Novi di Modena.
Ma andiamo con ordine.

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Domani (e Unamuno)

Domani è il ventesimo anniversario del 20 luglio 2001 e io, se tutto va bene, dovrei essere nel mio natìo borgo selvaggio, a Novi di Modena, nell’anfiteatro del Parco della Resistenza, verso le 21:30, a leggere una cosa in mezzo al concerto dei Flexus; è una cosa che non c’entra con quello che è successo a Genova nel 2001, ma più con un’altra cosa capitata a Carpi nel 2017 e che sta succedendo ancora adesso, anche se, come dire, forse c’entrano una con l’altra o comunque stanno nello stesso campo semantico. Dicevo: “se tutto va bene”, perché sono ancora qui che la scrivo e spero di riuscire a finire in tempo e che sia una cosa sensata.

E poi, niente, ho appena trovato un post che avevo scritto su un altro blog nel 2007, si intitolava “Chi è senza peccato” e riportava una frase presa da un libro che si chiama Vita di Don Chisciotte e Sancho Panza, del 1905, di Miguel de Unamuno y Jugo che dice così:

Ci si impunta oggi a mettere in rilievo questa considerazione e a chiedere una società in cui per merito esclusivo della polizia nessuno possa recar danno agli altri, e nessuno in conclusione operi male, anche a costo che nessuno abbia il concetto di bene.
Che vita tremenda questa! Che putredine sotto il verde placido manto di verzura! Che quieto stagno d’acque velenose! No, no, mille volte no! Piuttosto ci conceda Iddio un mondo in cui tutti si sentano a loro agio, anche se tutti recheranno danno; in cui gli uomini si battano acciecati dall’affetto; in cui tutti soffriamo in silenzio per il male che ci vediamo trascinati ad affliggere agli altri. Sii generoso, e assali pure tuo fratello; comunicagli il tuo spirito, e sia pure a suon di botte.
Esiste qualche cosa di più intimo di ciò che siamo soliti definire “morale”, e si tratta di una sorta di giurisprudenza che sfugge alla polizia; vi è qualcosa di più profondo del Decalogo stesso, che è una tavola della legge – una tavola, una tavola, e della legge per giunta! – vi è uno spirito d’amore.

Non so, forse c’entra.
Ma comunque, se domani non sapete cosa fare e siete vicini a Novi di Modena, vi aspettiamo al Parco della Resistenza. Aveva contribuito a costruirlo anche mio nonno e ha un bellissimo nome, per un posto in cui passare il 20 luglio 2021.
Ciao.


È un periodo

È un periodo che scrivere è fatica.


Dei ricordi (33 – Barlow Jr. update)

Il 12 luglio del 2017 ero a Padova per lavoro e, visto che ero già lì, nel tardo pomeriggio ero andato al Parco della Musica, mi ero tolto la camicia e la cravatta e mi ero messo una maglietta, adesso non mi ricordo bene quale, ma credo che fosse quella dei Buzzcocks per le occasioni speciali, poi avevo aspettato la sera per vedere il concerto dei Dinosaur Jr.
Un mese dopo, circa, su Spotify avevo creato una playlist intitolata Barlow Jr., dove mettevo in fila tutti i pezzi scritti e cantati da Lou Barlow dentro ai dischi dei Dinosaur Jr. dopo la reunion del 2005. Sono due per ogni disco, non uno di più, non uno di meno.
Oggi quindi la aggiorno coi due pezzi di Lou Barlow che sono sul disco nuovo, Sweep It Into Space, che è uscito tre o quattro mesi fa.
Barlow Jr., la playlist, è questa qui:

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7 luglio

Otto anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si era fatto pensieroso e mi aveva detto: «Oh, Marco, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli avevo subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre molto quando mio nonno cominciava a parlare delle sue cose passate, del PCI, degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui aveva annuito e alzando un braccio aveva indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi aveva detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto il resto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.

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Majakóvskij

E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemidel 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda (oppure ci domanda) chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.

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Cutrone, Fields e Manzarek (su Morrison)

E in un libro che si chiama Please Kill Me (sottotitolo: The Uncensored Oral History of Punk), del 1996, di Roderick Edward “Legs” McNeil e Gillian McCain, Ronnie Cutrone dice che lui amava profondamente Jim Morrison, ma che non era così divertente frequentarlo. Era uscito con lui ogni sera per quasi un anno. Jim usciva, si appoggiava al bancone, ordinava otto screwdriver, appoggiava sei Tuinal sul bancone, buttava giù due o tre screwdriver, prendeva due Tuinal, poi doveva pisciare ma non poteva abbandonare gli altri cinque screwdriver, quindi tirava fuor l’uccello e pisciava lì sul posto, e qualche ragazza arrivava e si metteva a succhiargli il ca**o, poi lui finiva i suoi cinque screwdriver e gli altri quattro Tuinal e si pisciava nei pantaloni, e lui, Ronnie Cutrone, ed Eric Emerson lo riportavano a casa. E dice che questa era una tipica serata con Jim, che però quando era fatto di acido allora diventava davvero simpatico e divertente. Ma la maggior parte delle volte era solo un ubriacone.
E Danny Fields dice che Jim Morrison era uno stronzo patentato, un uomo meschino e provocatore. Che la sua poetica faceva schifo. Che voleva far passare il suo rock & roll per letteratura ma erano solo cazzatine da liceale, a eccezione forse di un’immagine o due. E dice che, al contrario, crede che la magia e la potenza personali di Morrison andassero ben oltre la sua capacità di comporre versi. Lui valeva molto di più. Era molto più sexy della sua poesia e come interprete era decisamente molto più misterioso, più problematico, più complicato, più carismatico. E dice che doveva esserci una ragione se donne come Nico e Gloria Stavers si innamorarono così perdutamente di lui, visto che, fra l’altro, era un uomo piuttosto sgarbato con le donne. E dice che di certo non era grazie alla poesia, ma più probabilmente era perché aveva il ca**o grosso.
E Raymond Daniel Manzarek Jr, detto Ray, dice che Jim era uno sciamano.


Su VOCE: Musica seduta (sempre meglio di niente)

Oggi è uscito il nuovo numero del mensile VOCE, che per noi carpigiani è un po’ il TIME. Dentro c’è anche un mio pezzettino che parla di quello che sta succedendo alla musica dal vivo. Anzi no, di quello che sta succedendo a noi fruitori della musica dal vivo. E si parla anche di una cosa nel suo piccolo clamorosa capitata qualche settimana fa durante il concerto dei Gazebo Penguins al Coccobello, nel Chiostro di San Rocco.
Il pezzettino si intitola “Musica seduta (sempre meglio di niente)” e comincia così:

Non che queste siano cose che interessino i giovani, che passano le loro serate in attività che ci sono perlopiù ignote (e per fortuna, mi viene da dire), ma nella nostra città c’è un gruppetto ben nutrito di persone sui quarant’anni, che da quando ne aveva quindici, cioè dalla seconda metà degli 90, fino all’altro ieri, cioè poco prima della pandemia, è cresciuto tra i concerti rock, indie e soprattutto punk dell’Ekidna, del Mattatoio, del Kalinka e di tutta una rete di posti limitrofi dalla bassa modenese al bolognese. Forse l’apice di questa piccola “scena” c’era stato a metà degli anni zero, ma anche se quel gruppetto ben nutrito di persone era passato dai venti, ai trenta, poi ai quarant’anni, e aveva fatto magari dei figli, lavorava in fabbrica o in ufficio o si barcamenava tra un lavoro temporaneo e l’altro, anche se forse era l’ultimo atto di una cosa che poi non attraeva più quelli più giovani di loro, aveva comunque continuato, in un modo o nell’altro, ad andare ai concerti rock, indie e soprattutto punk dell’Ekidna, del Mattatoio, del Kalinka e di tutti i posti limitrofi che cominciavano pian piano a chiudere per mancanza di ricambio generazionale. Questo fino all’inizio del 2020, quando poi era arrivato il virus e aveva fermato tutto.

Se abitate a Carpi o in una frazione di Carpi, o in un paese limitrofo, da Novi di Modena fino addirittura a Modena centro, lo trovate in edicola.
La carta ha un buonissimo odore. Se lo comprate, fate bene.

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Quest’epoca pazza

E oggi pomeriggio ero fermo a un semaforo, e il tizio della macchina nella corsia di fianco alla mia mi ha dato un’occhiata veloce, ha tirato fuori uno swiffer e si è messo a spolverare il cruscotto. Poi è arrivato il verde, lui ha messo via lo swiffer nella tasca dello sportello, ha aspettato che la macchina di fronte alla sua partisse, ed è partito anche lui, verso sinistra. Io andavo dritto.
Ecco, volevo solo lasciare qui una testimonianza, magari per dei futuri archeologi digitali, di quest’epoca pazza in cui viviamo.