232 Celsius (circa) s1e04 – il podcast (e la trascrizione)

E questo è il podcast della quarta puntata di 232 Celsius (circa), una trasmissione sui libri, andata in onda alle 18 di venerdì 26 febbraio su Radio Sverso. Dura un’ora (circa) ed è diviso in due parti: nella prima Sergio Pilu parla di un libro che si chiama Furore, del 1939, di John Ernest Steinbeck Jr; e nella seconda parte ci sono io che intervisto Leonardo Tondelli su un libro che si chiama Getting Better (sottotitolo: Le 250 migliori canzoni dei Beatles classificate, valutate, commentate), del 2020.

(su Spotify, su Google Podcast, in mp3)

E quella che segue è una specie di trascrizione della puntata, fedele al 98%, diciamo (e in mezzo ci sono anche tutte le canzoni che abbiamo trasmesso):

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Cose che mi piacciono molto (9)

Tipo quando succede che in un libro trovo qualcosa che assomiglia a un capello, e il primo istinto è quello di soffiarlo via, pensando «ma veh, guarda, ho perso un capello», però anche soffiando non vola da nessuna parte; allora ci passo il dito e mi accorgo che è stampato sulla pagina e che forse è davvero un capello, e forse è un capello del tipografo, ma non so come funzionano le cose tipografiche (metto una foto qui sotto come esempio). Solo che, insomma, finché non ho finito di leggere e voltato la pagina, ogni due per tre son lì che provo ancora col dito, e delle volte, anche dopo aver girato pagina, torno indietro e ci riprovo e penso «ma guarda». È sempre uno stupore.

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Ferri

E in un libro che si chiama Nata sulla linea gotica, del 2019, Giovanna Ferri dice che il 1978 fu l’ultimo anno di campeggio libero, a Santa Caterina Valfurva, m. 1838 slm, e che presero in affitto un pezzo di prato, col permesso del Comune, e acquistarono un tubo di gomma e un rubinetto; gli uomini fecero l’allacciamento all’acqua potabile che lassù non mancava di certo, e un traliccio di legno in mezzo all’accampamento dove misero il rubinetto per l’acqua corrente, e che c’era un solo problema, però, cioè che la notte spesso il termometro andava sotto zero e bisognava aspettare il sole che scaldasse il tubo per sgelare l’acqua. Poi dice che, per non bruciare l’erba, cercarono una grande lamiera dove tutte le sere si faceva fuoco, e che, oltre ad essere il loro ritrovo, si cuoceva anche della buona carne. E che per i servizi igienici si scavò una grande buca nella pineta, e con pali, plastica e cartoni si fece la cabina con la porta, e la cenere del fuoco si teneva da mettere sopra al tutto, così era sempre pulito e non c’era né cattivo odore né mosche, lo chiamarono “Montecitorio”.


232 Celsius (circa) s1e03 – il podcast (e la trascrizione)

E questo è il podcast della terza puntata di 232 Celsius (circa), una trasmissione sui libri, andata in onda alle 18 di venerdì 19 febbraio su Radio Sverso. Dura un’ora (circa) ed è diviso in due parti: nella prima Sergio Pilu parla di un libro che si chiama La guerra del Peloponneso, del 400 e qualcosa avanti Cristo, di Tucidide; e nella seconda parte ci sono io che intervisto Mariangela Galatea Vaglio su un libro che si chiama Cesare. L’uomo che ha reso grande Roma, del 2020.

(su Spotify, su Google Podcast, in mp3)

E quella che segue è una specie di trascrizione della puntata, fedele al 98%, diciamo (e in mezzo ci sono anche tutte le canzoni che abbiamo trasmesso):

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Lessico famigliare (5)

Ci sono delle sere, tipo stasera, che magari stiamo ancora cenando, abbiamo aperto e stiamo finendo una bottiglia di Lambrusco, e tra un discorso e l’altro ci troviamo a parlare di cose astratte, per esempio della lingua italiana confrontandola con le altre, il russo, l’americano, e ci infervoriamo e andiamo avanti col discorso fino a discutere sulla nascita dell’italiano, prima scritto e poi parlato, e su come evolve, e bisticciamo su cose come se il fatto di parlare in un certo modo sia meglio di un altro e così via; e dopo arriviamo addirittura a tirare fuori Dante, Boccaccio, Manzoni, fino a che uno va ad accendere la luce sul corridoio dove c’è la libreria più capiente e prende in mano un volume a caso del Tommaseo, e sfogliandolo discutiamo ancora e non siamo d’accordo su niente: uno che dice che dovremmo seguire certe regole per parlare meglio, l’altro che dice di voler difendere l’evoluzione parlata dalla gente contro quella scritta, e discutiamo e discutiamo così per un’ora buona.
A un certo punto, di solito, tipo stasera, il Miny senza dire niente spegne il cartone che sta guardando, gira le spalle e va a giocare coi Lego nell’altra stanza.
E questa è un po’ la mia famiglia. Poteva anche andare peggio.


Dei ricordi (26)

Il 15 febbraio del 2014 era un sabato, il giorno prima ero andato a vedere L’invenzione della solitudine, uno spettacolo di Giorgio Gallione con Giuseppe Battiston, preso da un libro che si chiama L’invenzione della solitudine, del 1982, di di Paul Benjamin Auster; e quindi il 15 febbraio del 2014 avevo scritto una cosa intitolata “esperimento scientifico” che diceva così:

Vorrei prendere una serie di gruppi di persone, diciamo gruppi da cento o da duecento, e metterli ognuno in una situazione diversa. Poi bisognerebbe prendere un volontario per ogni gruppo, dargli una matita e un foglietto e dirgli di contare i colpi di tosse. Vorrei così dimostrare empiricamente che esiste un legame tra il teatro e la raucedine.

Era proprio un altro mondo.


Una rosa è una rosa è una rosa?

Avrò avuto quattro o cinque anni, ero al secondo o al terzo anno di scuola materna, dalle suore di Novi di Modena, e quando la mamma mi aveva chiesto una di quelle cose che chiedono i genitori ai figli piccoli per far finta di trattarli come adulti e soprattutto per far ridere gli altri adulti lì intorno, e cioè «Ce l’hai una morosina?», io avevo risposto deciso: «Sì che ce l’ho!»
«Chi è? Una tua compagna di classe?»
«Sì,» avevo risposto fiero, «si chiama Marcella.»

Non che fossimo davvero morosi, a quattro o cinque anni, io e la Marcella, figuratevi, ma c’era la prassi di dire che una bambina era la tua morosa solo perché ti piaceva, e perché dovevi per forza incasellarti in uno stile di vita che ti imponevano gli adulti: sei un maschio di quattro o cinque anni, sei in salute, ti dovranno per forza piacere le femmine.
Il caso aveva voluto che mi piacessero le femmine, e c’era una bambina in classe con me che si chiamava Marcella, io dicevo che era la mia morosa e anche Michele diceva che la Marcella era la sua morosa. Entrambi lo sapevamo e ci andava benissimo così, perché il mondo che vivevamo al secondo o al terzo anno della scuola materna, dalle suore di Novi di Modena, era un mondo libero. Anche le suore, incredibilmente, accettavano senza battere ciglio quell’abbozzo di intenzione alla poligamia infantile.
Ma comunque, inevitabilmente, anche al secondo o al terzo anno della scuola materna, delle suore di Novi di Modena, era arrivato il giorno di San Valentino.

Cosa volete che gliene freghi a un bimbo di quattro o cinque anni di San Valentino? Niente?
Invece qualcosa gliene frega. Gliene frega perché gli adulti, a cominciare dai genitori, cominciano a dire delle cose, di quelle che dicono i genitori ai figli piccoli per far finta di trattarli come adulti e soprattutto per far ridere gli altri adulti lì intorno, tipo: «Allora glielo fai un regalo alla tua morosina, domani, che è San Valentino?»
Sarà seguita, immagino, qualche spiegazione sul significato popolare della ricorrenza, o magari me l’avevano già spiegato prima, non lo so, ma alla fine, va bene, facciamo il regalo alla Marcella, devo aver pensato tra me e me, e avevo portato la mamma in un negozio di giocattoli, uno dei due che c’erano a Novi di Modena all’inizio degli anni 80. Eravamo entrati, avevo scelto un regalo, l’avevo fatto impacchettare dal negoziante e, devo dire, se adesso chiudo gli occhi e ripenso a quel momento preciso della mia vita e faccio uno sforzo per tornare alle sensazioni del me stesso bambino che comprava un regalo di San Valentino per la Marcella, la mia morosina, mia e di Michele, beh, mi sento abbastanza soddisfatto.

E lo ero ancora il giorno dopo, quando ero arrivato con la mamma davanti alla scuola. Mia mamma era una che si svegliava anche presto, la mattina, ma poi andava a finire che si perdeva a fare dei lavori in giro per casa e mi portava sempre a scuola per ultimo; e quel giorno lì, il giorno di San Valentino, di quando avevo quattro o cinque anni, quando ero entrato a scuola c’erano già dentro tutti i miei compagni di classe ammassati in cerchio nel salone centrale tra le sezioni.
Dentro al cerchio c’era la Marcella.
E davanti alla Marcella, me lo ricordo bene come se fosse adesso, ho proprio la fotografia davanti agli occhi, c’era Michele col braccio teso verso di lei e una rosa rossa in mano.

Ora, a me viene naturale, in questo momento, chiedermi delle cose. Delle cose da adulto, intendiamoci. Delle cose tipo: ma come può darsi che a un bambino di quattro o cinque anni gli venga in mente di regalare una rosa a una bambina per San Valentino?
Qual è il processo mentale precocissimo che porta il romanticismo a vette così adulte che fa dire a un bambino di quattro o cinque anni «Mamma devo comprare una rosa rossa per la Marcella che domani è San Valentino»?
Com’è possibile una cosa del genere?
Una rosa? A quattro o cinque anni?
Non saranno mica stati i genitori, invece, a inculcargli una di quelle cose che dicono i genitori ai figli piccoli per far finta di trattarli come adulti e soprattutto per far ridere gli altri adulti lì intorno, tipo «Michele, gliela compriamo una rosa rossa alla tua morosina per San Valentino?»
Una rosa?
Dai, su.
UNA ROSA!?

Allora io, ecco, mi ricordo che avevo preso il pacchettino che avevo in mano, che era dentro a una sportina colorata, mi ero girato verso mia mamma, che era lì che guardava Michele dare la sua rosa rossa alla Marcella e sorrideva compiaciuta della scena, e magari nella sua testa avrà pensato che cosa divertente e buffa questi due bambini che fingono di fare gli adulti. Intanto io la tiravo per la giacca e per ridarle il mio pacchetto.
Deve forse avermi detto: «Non glielo dai il tuo regalo alla Marcella?»
«No, fa lo stesso,» devo aver risposto.
E le avevo ridato la sportina con dentro il mio regalo ancora impacchettato.
Una rosa, pensavo.
Una rosa.

Una fottutissima rosa rossa, penso ancora adesso.
Come potevo anche solo immaginare di competere, io, piccolo stoltarello di quattro o cinque anni al secondo o al terzo anno della scuola materna dalle suore di Novi di Modena, come potevo pensare di affrontare Michele e la sua rosa rossa davanti alla Marcella, io, ingenuo, piccolo e stupido, col mio sciocco, anche se non banalissimo, ma comunque sciocco, sciocchissimo cubo di Rubik?

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232 Celsius (circa) s1e02 – il podcast (e la trascrizione)

E questo è il podcast della seconda puntata di 232 Celsius (circa), una trasmissione sui libri, andata in onda alle 18 di venerdì 12 febbraio su Radio Sverso. Dura poco più di un’ora (circa) ed è diviso in due parti: nella prima Sergio Pilu parla di David Foster Wallace; nella seconda parte ci sono io che intervisto Elena Marinelli su un libro che si chiama Steffi Graf. Passione e perfezione, del 2020.

(su Spotify, su Google Podcast, in mp3)

E quella che segue è una specie di trascrizione della puntata, fedele al 98%, diciamo (e in mezzo ci sono anche tutte le canzoni che abbiamo trasmesso):

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Il verbo perdere

E nella trentasettesima uscita di una newsletter che si chiama Bastonate per posta, dal titolo È FACILE ESSERE UMILI SE NON SEI NESSUNO (in maiuscolo), simone rossi (con le minuscole), peraltro autore di un libro inesistente che si chiama Il verbo rubare, del 2014, a un certo punto dice così:

Sto sperimentando, direi a un giornalista che mi intervistasse, se esistesse. Lasciatemi perdere. L’altro giorno erano 30 anni dall’uscita di Mediterraneo (il film di Salvatores, non la canzone di Serrat), e ho letto sul Post che il titolo di lavorazione di Mediterraneo era Lasciateci perdere, che si può avere tre sensi diversi e mi sembra un titolo bellissimo. Mi ricorda Perdono tutti, lo spettacolo su Cesare Pavese del mio amico Marco Manicardi, anche lì uno può mettere l’accento in due posti diversi e anche quello mi sembra un titolo perfetto. Che verbo flessibile, il verbo perdere. Vorrei essere uno di quei dischi che ti appaiono sotto le dita perché l’algoritmo di YouTube ha deciso che era arrivato il momento che conoscessi Hiroshi Yoshimura. È folle, lo so.

E io è tutta mattina che mi messaggio con Zanna per provare a riprendere in mano quella cosa lì. E magari non riuscirci, di nuovo, e perdere, ancora. Si perde sempre in maniera diversa.


Servizio pubblico (un post pericolosissimo)

(Speriamo bene.)

Ecco, abbiamo appena finito di guardare tutta (tutta!) la trilogia di trilogie di Star Wars, in fila, da Episodio I fino a Episodio IX (e già qui l’affermazione, mi rendo conto, è abbastanza forte, ma andiamo avanti) che d’ora in poi per semplicità indicheremo con:

  • trilogia “prequel”: episodi I-III
  • trilogia “vecchia”: episodi IV-VI
  • trilogia “nuova”: episodi VII-IX
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