Pavese

E nelle prime pagine di un libro che si chiama La spiaggia, del 1942, di Cesare Pavese, il protagonista sta passeggiando con un suo amico, Doro, e insieme stanno parlando di un contadino un po’ burbero che viveva da quelle parti, e dicono così:

– Cos’era? un uomo rappresentativo? – dissi.
– No, un uomo nato per tutt’altro, uno spostato, uno di quelli che imparano a esser furbi perché fanno una vita che non li contenta.
– Tutti dovrebbero esser furbi, allora.
– Infatti.


7 luglio

Sette anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si era fatto pensieroso e mi aveva detto: «Oh, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli avevo subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre quando mio nonno cominciava a parlare delle cose passate, del PCI e degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui aveva annuito e alzando un braccio aveva indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi aveva detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.

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Dei ricordi (14)

Il 5 luglio del 2012, l’anno del terremoto, scrivevo una cosa intitolata “come scrittore aderisco perfettamente alla mia opera omnia” che diceva così:

Ho sempre detto che se avessi passato un mese a casa avrei scritto il mio primo romanzo. Sono a casa da un mese e mezzo e non ho scritto una riga.

E lo stesso giorno, qualche ora dopo, il mio amico Gabriele Capra Malavasi postava sulla mia bacheca una poesia di Corrado Costa intitolata Vita di Lenin, che fa così:

Vita di Lenin

Con assoluta fedeltà
è rispettato il tempo
naturale
della vita di Lenin.
Riprodotti con assoluta fedeltà
i sogni e le insonnie
di Lenin. Integrali le ore
dell’infanzia, i giorni
della scuola, ripetuto tutto, anche le conversazioni
occasionali alla fermata del tram.
Rispettati i silenzi. I lapsus.
Il film dura 54 anni.
Si dovrebbe almeno
rivederlo due volte.

Le due cose non erano collegate. Credo.


Non è detto

Mi ricordo che nel 2012, qui in Emilia, il terremoto lo chiamavano tutti il sisma.
Poi pian piano hanno smesso.
Quindi c’è il caso che prima o poi ricominceremo, il covid, a chiamarlo virus.
O al limite coronavirus. Però non è detto.


Majakóvskij

E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemidel 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.


Eufonica

In un racconto lungo intitolato Seymour. Introduzione, di 87 pagine, dentro a un libro che ho appena finito di leggere e che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzionedel 1963, ho sottolineato con la matita – se le ho ricontate bene, ma credo di averne persa qualcuna – 64 congiunzioni e preposizioni con una “d” eufonica che precede parole che iniziano con una vocale diversa, tranne i due o tre “Ad esempio” che fanno eccezione. Mi sono reso conto quasi subito, tipo a pagina 2, che la traduzione che stavo leggendo – l’unica comunque in circolazione, direi – ha più di cinquant’anni e così via, ma ormai avevo cominciato e non mi sono più fermato fino alla fine.
Adesso mi immagino mio figlio, da grande, che prende il libro dalla libreria di casa per leggerlo – speriamo! – e che poi si accorge di queste sottolineature e pensa subito «ma che coglione!» (E così pensando, non si riferirà sicuramente a Jerome David Salinger, cioè lo scrittore del racconto, né al personaggio di Webb Gallagher Glass, detto Buddy, cioè il narratore, e nemmeno a Romano Carlo Cerrone, cioè il traduttore, ma a suo papà, cioè, per l’appunto, un coglione.)


Ouředník (2)

E in un dramma teatrale che si chiama Oggi e dopodomani. Discorsi di cinque sopravvissutidel 2011, Patrik Ouředník dice che l’unica grazia che Dio ci ha fatto, ammesso che esista, è averci nascosto il modo in cui moriremo. E che averci fornito di immaginazione, in compenso, non è stato particolarmente caritatevole.


Me tapino!

Oggi ho sentito il Miny, che ha cinque anni, commentare una cosa che gli era girata storta dicendo «Me tapino!» Allora mi sono fermato, e ho smesso per un attimo di fare le cose che stavo facendo, perché quel «Me tapino!» era proprio intonato come l’esclamazione di Zio Paperone («Me misero, me tapino!») che leggevo da bambino su Topolino.
Gli ho chiesto dove avesse sentito quell’espressione e lui mi ha risposto «Uffa! che pazienza», che non era un’altra esclamazione, ma il titolo di una serie di cartoni che sta guardando in questi giorni su RaiPlay. «Uffa! che pazienza» è tratto da delle storie di Andrea Pazienza, e quel «Me tapino!», sì, è proprio disneyano come sapeva essere disneyano Pazienza, omaggiando col cuore e prendendo per il culo in un colpo solo.
E così, mentre ero fermo e pensavo a tutte queste cose, sono sicuro di aver sentito nell’aria intorno a me, o forse era proprio lì sopra la mia testa, un rumore, una specie di clack!, come di un cerchio che si chiude.
Avanti così.


Salinger (5)

E in un racconto lungo intitolato Seymour. Introduzione, dentro a un libro che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzionedel 1963, di Jerome David Salinger, il narratore Webb Gallagher Glass, detto Buddy, dice che usata con moderazione una poesia di prima qualità è uno strumento termoterapeutico eccellente e di solito rapido. E che lui, quando era nell’Esercito, una volta si prese una pleurite che gli durò quasi tre mesi, e il primo autentico sollievo lo provò quando si infilò una lirica di William Blake dall’aspetto perfettamente normale nel taschino della camicia e la portò come un cataplasma per un giorno o due.
Poi, però, dice che le esagerazioni, comunque, sono sempre rischiose e molto spesso addirittura perniciose; e che i pericoli di un contatto prolungato con qualsiasi genere di poesia, che superi i limiti di quella che viene comunemente chiamata di prim’ordine, sono formidabili.


È un periodo

È un periodo, come dire, tra il liso e il frusto.