Canne al vento (prego)

Ho appena finito di leggere un libro che si chiama Canne al vento, del 1913, di Grazia Maria Cosima Damiana Deledda, un libro che secondo me è bellissimo e molto importante, quasi gigantesco. Non lo avevo mai letto.
Quest’estate, in agosto, eravamo in Sardegna in provincia di Nuoro, sulle colline del Golfo di Orosei sotto il monte Tuttavista, e dormivamo in un paesello di duemila persone o poco più che si chiama Galtellì, dove noi eravamo quasi gli unici turisti del posto, a parte due tedeschi con cui scambiavamo solo un cenno di saluto con la testa tutte le volte che ci incontravamo al ristorante. Una sera, gugolando un po’, avevamo scoperto l’esistenza di questo libro ambientato proprio a Galtellì, anche se nel romanzo lo chiamano Galte, e il giorno dopo avevamo subito cercato una libreria. A Galtellì di librerie non ce ne sono, però c’era una cartolibreria, e Grushenka era entrata e, oltre a comprare una specie di Transformer componibile di marca russa e di dubbia provenienza su insistenza del Miny, si era guardata un po’ intorno e non vedendo libri o cose simili sugli scaffali aveva chiesto alla signora della cartolibreria: «Ce l’avete mica Canne al vento
La signora della cartolibreria le aveva risposto: «Eja, e ti pare che proprio noi non ce l’abbiamo Canne al vento?» E aveva infilato le mani in mezzo a uno scaffale tirando fuori un libro piccino stampato per una casa editrice locale, Il Maestrale.
Grushenka l’aveva comprato e l’aveva letto in spiaggia e prima di andare a dormire, e l’aveva finito mentre eravamo ancora là. Così un giorno abbiamo patteggiato col Miny una giornata senza mare per girare a piedi Galtellì e trovare tutti i posti citati nel libro.
Quando siamo tornati a casa l’ho letto io, e l’ho finito ieri sera.

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Così va la vita (noiosa e allarmata)

E in un libro che si chiama La ragazza del secolo scorso, del 2005, Rossana Rossanda, parlando di quando era ragazza, dice che:

M’è rimasta la vergogna di non aver ballato una sola estate, non aver avuto quel che si dice una giovinezza vera. Che roba è avere quindici anni nel 1939 e ventuno nel 1945? Per questo sono noiosa. E allarmata. Tutto quel che non è successo è perduto, ma tutto quel che è successo può tornare a succedere.

Così va la vita.


Una volta l’anno

Succede una volta l’anno, e per tre giorni filati, tutti gli anni, che tra Carpi, Modena e Sassuolo c’è l’uomo della strada che va in giro a piedi per le vie del centro con la faccia tirata e lo sguardo sagace, e lo senti usare delle parole insolite, come per esempio «ontologia».

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Monterroso

E in un racconto intitolato Il dinosauro, del 1959, dentro a un libro che si chiama I racconti più brevi del mondodel 2005, a cura di Gianni Toti, Augusto Monterroso dice che quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.


19 settembre: DUEPONTI all’Ekidna

E insomma, pare incredibile, ma sabato 19 settembre suoniamo per la seconda volta davanti a della gente con un gruppo che per adesso si chiama DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) e, bisogna dire, anche stavolta ci trema un po’ l’orlo delle mutande.
Condivideremo il palco con Prebellic White Dress, BUZZØØKO e Kint, per una delle serate rinfrescanti denominate AFA all’Ekidna di San Martino Secchia, frazione di Carpi, in provincia di Modena, un posto dove ho visto tanti di quei concerti, negli ultimi vent’anni, che suonarci non mi sembra ancora vero.
Comunque, suoniamo sempre per primi.
E suoniamo così:

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Salvo complicazioni

E quindi, ho scoperto dalla newsletter del Post, cui sono orgogliosamente abbonato e secondo me dovreste abbonarvi anche voi, chiunque voi siate, che ha vinto il COVID maschile su quella femminile.
D’altra parte era già successo con l’AIDS e nessuno si era mai stracciato le vesti.
Ma comunque, anche se fosse andata diversamente, credo che avrei dormito lo stesso le mie sette o otto ore, stanotte. Salvo complicazioni.


Berger (e Chaplin)

E in un articolo intitolato Appunti sull’arte di cadere, pubblicato sul numero 1067 di una rivista che si chiama Internazionale, del 2014, John Berger dice che nel 1923, mentre la troupe di Charlie Chaplin girava La febbre dell’oro, nello studio ci fu una discussione movimentata a proposito della trama. Una mosca continuava a distrarre la loro attenzione, così Chaplin, furioso, chiese uno scacciamosche e tentò di ammazzarla. Non ci riuscì. Un istante dopo la mosca atterrò sul tavolo accanto a lui, a portata di mano. Lui impugnò lo scacciamosche per colpirla, poi si fermò di botto e lo rimise giù. Quando gli altri gli chiesero perché, lui li guardò e disse: “Non è la stessa mosca”.


Pedagogia

La prima parola che aveva detto il Miny qualche anno fa, cioè la prima dopo mamma dada, quand’era mini per davvero, era stata Guinness. Sembra una cazzata, ma è successo proprio così.
La prima parola che ha letto, invece, è stata qualche settimana fa, quando eravamo in Sardegna su una spiaggia dove c’era pochissima gente, e mentre camminavamo sulla sabbia, che era più una ghiaina fine fine che sabbia, e avevamo il mare a destra e il monte sulla sinistra, a un certo punto avevamo incontrato un cartello giallo con una scritta nera, che non diceva addio Bocca di rosa, ma aveva una scritta più breve e una freccia che puntava verso una scala di pietra e sassi, che saliva per molti gradini perdendosi poi nella sterpaglia su per il monte. Il Miny ha puntato il dito verso il cartello e ha letto da solo per la prima volta: «bii… aaa… erre… Papà, c’è un BAR, ci andiamo?»

Non so se fare la coda di pavone o se devo vergognarmi.
Prendo le cose così come vengono e per adesso siamo a posto così.


Erofeev (2)

E sempre in un libro che si chiama Mosca-Petuškì (sottotitolo: Poema ferroviario), probabilmente del 1970, Venedikt Vasil’evič Erofeev dice che, oh, se tutto il mondo, se tutti, fossero come è lui adesso, mite e pavido, e se non fossero sicuri di niente, né di sé stessi, né della serietà del proprio posto al sole, come sarebbe bello! Nessun entusiasta, nessuna impresa, nessuna mania, una generale vigliaccheria. E dice che lui accetterebbe di vivere per l’eternità, se gli mostrassero un angolino dove non è sempre il momento di fare delle imprese.


Dei ricordi (19)

Il 7 settembre del 2015 scrivevo una cosa che diceva:

(ci sono quei giorni un po’ così) che ti metti lì a laicare gattini su instagram.

E sotto, mi commentavo da solo:

Oggi c’erano anche un bel po’ di cani, delle paperelle e uno scorpione.

Non so come mai. Ma ci sono di quei giorni un po’ così.