Il free jazz punk inglese

Questa settimana non ho nulla da segnalare sulla New Wave italiana (cioè la piccola rubrica sulla rinascita della blogsfera che sto curando dall’inizio del 2019 e che, se volete, trovate qui), allora ho pensato di buttarmi all’estero, perché anche lì ci sono un sacco di bei blog che seguo quotidianamente. Nello specifico, visto che un paio d’anni fa ho comprato una macchina senza lettore CD, che se avessi voluto mettercelo come optional avrei dovuto sborsare duemila euro in più (mi davano anche il lettore DVD, uno schermo e un impianto molto tamarro di subwoofer e roba simile, ma il lettore CD da solo no), è da un po’ di tempo che cerco ossessivamente musica da scaricare più o meno legalmente da mettere nella chiavetta USB che, quella sì, si può attaccare all’autoradio.
Ho scoperto una nuova passione (ossessione-compulsione, a guardarci bene) per le compilation, i bootleg e le registrazioni amatoriali da ascoltare mentre vado a lavorare o torno a casa la sera (un’ora abbondante tutti i giorni). E quindi, alla voce Il free jazz punk inglese, ho aggiunto i link che seguono nel mio feedreader (uso feedly, quello gratis, se vi interessa).

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In colonna

Siamo incolonnati a uno stop per entrare su una delle rotonde più trafficate di Mirandola, in provincia di Modena, ed è una cosa che succede quasi sempre la mattina presto, verso le otto, quando andiamo tutti a lavorare. Sono lì che sto ascoltando l’ultimo disco dei Mercury Rev, tutto archi, pianoforti e voci femminili molto angeliche, quando l’occhio mi cade sul lunotto posteriore della macchina che ho davanti. Ci sono appiccicati due sticker: in uno un angelo esce a mezzo busto da una nuvola e tende un braccio per afferrare il coltello di un tizio che, più in basso, lo guarda stupito, sotto di lui c’è un bambino coricato su un altare di pietra o qualcosa di simile; nell’altro c’è un’arca di legno che sfida con prepotenza il Diluvio Universale, con le teste buffe degli animali che escono a coppie dalle finestrelle sui lati dello scafo. Sotto al primo c’è scritto: ISAAK A BORDO. Sotto l’altro: NOAH A BORDO.
Per i primi cinque o sei secondi mi metto a ridacchiare.
Poi scuoto un po’ la testa pensando «Ma pensa te!»
Dopo, non so come, è automatico, comincio a essere spaventato.
Per fortuna la colonna scorre e arriva il nostro turno allo stop.
La macchina che ho davanti va di là, mentre io vado di qua.


Rollins (e Nietzsche)

E in un’intervista al Tonight Show, del 1994, Henry Rollins dice che quando si parla di poeti lui la pensa come Nietzsche, il quale, in un libro che si chiama Così parlò Zarathustra, del 1885, dice che i poeti sono quelli che intorbidano le proprie acque per farle sembrare profonde.

(L’intervista, se volete vederla, è qui. E questo post è stato scritto in collaborazione con simone rossi.)


Il problema di oggi, che è uno di quei giorni in cui non so cosa scrivere

È che il bar è chiuso.


Fitzgerald

E in un libro che si chiama Al di qua del paradiso, del 1920, Francis Scott Fitzgerald dice che ogni scrittore dovrebbe scriverlo, ogni libro, come se stesse per venir ghigliottinato non appena lo ha portato a termine.


Si ricorderanno di noi (2)

Come della generazione di quelli che giravano coi fendinebbia accesi anche di giorno, quando fuori c’è un bel sole.

(È una storia lunga e già discussa.)


Melville (2)

E sempre in un libro che si chiama Moby Dick o La balena, del 1851, Herman Melville dice che per raggiungere il suo obiettivo Acab doveva usare degli strumenti, e che fra tutti gli strumenti usati sotto la luna, gli uomini sono i più soggetti a funzionare male.