Tutta Palestra (quattro anni dopo)

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[Quello che segue è un discorsetto in tre parti che ho letto ieri sera, all’AiaFolkFestival di Novi di Modena, il mio natìo borgo selvaggio, in mezzo al concerto di (glom!) Paolo Fresu e la Scraps Orchestra (che mi hanno anche accompagnato e che non finirò mai di ringraziare). Dire che è stata una serata strabiliante è dire poco. Il discorso si chiama Tutta Palestra (quattro anni dopo) perché prende spunto da un altro discorso molto simile che si chiamava Tutta Palestra e che era stato scritto e letto in pubblico qualche anno fa (tre). Comunque, pensate che ci sia buio, una musica in Re minore, un piano, una chitarra, violoncello, basso, batteria… e a un certo punto un filo di tromba.]

(1)

Buonasera a tutti.
Si sente?
Bene.
Io mi chiamo Marco Manicardi, alcuni di voi mi conoscono perché siamo cresciuti insieme, altri mi conoscono come il figlio di Iules, altri come il nipote di Corrado. Qualcuno invece non mi conosce, e gli basti sapere che sono nato a Carpi nel 1979, nello stesso ospedale dove una mia amica, la mattina del 29 maggio del 2012, ha iniziato a partorire in sala operatoria e, nel primissimo pomeriggio, ha poi dato alla luce un bambino bellissimo nel parco fuori dal pronto soccorso. Ma comunque, dicevo, sono nato a Carpi ma è a Novi che ho passato i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato a stare in centro storico a Carpi, per Amore. Mai avrei pensato che sarei diventato (virgolette) un fighetto carpigiano, e invece, portate pazienza, con l’amore non è che si possa fare tanto i furbi.

La cosa che vi leggo stasera è molto breve, sono nove minuti divisi per tre, si intitola Tutta palestra e i primi tre minuti iniziano martedì 29 maggio 2012, al mattino, quando ero nell’epicentro epicentrissimo del terremoto, perché di mestiere faccio l’ingegnere informatico tra Medolla e Mirandola (che culo, eh?), e mi ricordo che all’epoca, facendo due conti con INGV, Google Maps, latitudini e longitudini, ho scoperto che il centro esatto della catastrofe era a 500 metri scarsi dalla mia sedia.
Mi sono messo non so neanche come sotto il tavolo ad aspettare che finisse, sono scappato fuori, le cose cadevano, uno specchio scoppiava, i muri si aprivano, e a un centinaio di metri dal parcheggio dove ho finito la mia corsa c’era una colonna di fumo bianco che saliva. Lì, abbiamo saputo dopo, erano morte delle persone.

Poi il resto, come si dice, è storia: storia con la S maiuscola che ci accomuna tutti quanti, dalle nove e mezza del mattino all’una del pomeriggio dello stesso giorno, poi nelle settimane successive e così via. E poi ci sono tante storie con la s minuscola, ché di quel periodo là, ognuno ha la sua e, non so voi, ma io mi sono rotto un po’ i maroni di dire in giro la mia, che più passa il tempo e meno mi sembra speciale. Ha perso quella centralità nell’ordine delle cose che prima gli attribuivo. E forse è un buon segno. Vuol dire che la testa si è un po’ rimessa ad allenarsi per guardare avanti.
E infatti, quando mi hanno chiamato qui per parlare di Ricostruzione, non sapevo da dove cominciare. Poi ho capito che dovevo cominciare dalla mia testa. Dall’esercizio quotidiano che, coscientemente o meno, bisogna fare.
Non tanto per non avere paura, perché forse la paura vera l’abbiamo avuta solo in quei mesi là del 2012, mentre le cose ci capitavano intorno e noi non capivamo niente. Una gran paura, è vero, ma la paura è una sensazione con cui, sembra strano, si convive.
È la disperazione, quella con cui si devono fare i conti.
E la disperazione arriva dopo, arriva quando la paura non fa quasi più paura.
Allora penso che per ricostruire anche i muri delle nostre case dobbiamo prima capire come ricostruirci i nervi. O come esercitarci per farlo. Come si fa coi muscoli, come si fa in palestra.

(2)

Nel giugno del 2012 ero venuto qui a Novi a leggere delle cose, qualcuno di voi forse c’era e si ricorda, e dicevo che la parte interessante dei terremoti è che poi ognuno impara delle cose che prima non s’immaginava neanche. E alcune di queste cose le abbiamo imparate tutti, noi terremotati, come per esempio che non si può più, d’ora in poi, vivere come se non dovesse più esserci il terremoto.
Poi ci sono delle cose che ognuno impara a modo suo. E avevo fatto una lista delle cose che avevo imparato io, tra le quali dicevo che:
Ho imparato a individuare al volo i muri portanti delle stanze in cui entro.
Ho imparato a valutare sommariamente l’entità di una crepa.
Ho imparato a trattenere il magone per una crepa su di un edificio caro.
E ho imparato che ci sarà sempre almeno un altro edificio caro con una crepa in più.
Ho imparato a non rispondere a chi mi parla di spostamento dell’asse terrestre, di fracking, di complotti, di «ho un amico geologo che dice che», eccetera.
Ho imparato a rimanere calmo durante le piccole, continue scosse di assestamento.
Ho imparato che mettersi a correre non è la reazione migliore (quasi mai).
E ho imparato a fare delle docce velocissime.
Per non parlare della cacca.

Ecco, adesso che sono passati quattro anni, com’è andata la mia ricostruzione nervosa? Quelle cose che avevo imparato le so ancora? Se me le ripasso in testa, penso di sì. Ma mi son ritrovato a pensare che se dovesse ricapitarmi una cosa del genere, non sono tanto le cose che ho imparato che mi salveranno, ma sono le cose che sarò capace di fare adesso che so com’è un terremoto.

Sarò capace, per esempio, di non mettermi a correre?
Sarò capace di consigliare al volo chi mi sta intorno e che magari un terremoto non l’ha mai visto?
Sarò capace di rimanere calmo, di ragionare?
Sempre? Anche adesso che ho un figlio?
Sarò capace di non arrabbiarmi con chi parlerà nuovamente di complotti e previsioni e altre cazzate del genere?
Sarò capace, soprattutto, di aiutare qualcuno? Fisicamente, moralmente, economicamente?
E poi sarò capace di aiutarne un altro, e poi un altro ancora e così via finché ci sarà qualcuno alla mia portata?
Sarò capace?

Eh. Queste sono le cose che vorrei saper fare, se mai dovesse ricapitare. Speriamo di no.
E più passa il tempo, più spero di allungarla, questa lista di domande. Perché forse la ricostruzione del sistema nervoso è un esercizio, come le rivoluzioni, che iniziano sempre a casa, davanti allo specchio del bagno.

Ecco, a tal proposito, ci sono solo un paio di cose che so già che non sarò capace e che ho, come dire, disimparato. Per esempio ho ricominciato a fare delle docce un po’ più lunghe, con delle belle insaponate di qualche minuto.
E quando vado a fare la cacca, ahimè, mi porto dietro il giornale.

(3)

Verso la fine di luglio del 2012, che era il sessantesimo anniversario di matrimonio dei miei nonni (adesso sono quasi sessantaquattro, pensa te), siamo andati nella via dove c’era prima la loro casa, che poi c’è ancora, solo che non ci si può più entrare e nel 2016 è ancora lì a far da monumento… ma comunque, quella sera di fine luglio del 2012, in fondo alla via aveva appena riaperto, dopo quasi due mesi, la pizzeria, che praticamente era l’unico edificio agibile sulla strada. E quella sera la pizzeria era piena di gente, c’era da far la fila, e una cosa bellissima che si notava, dopo due mesi dalla catastrofe, è che c’era della contentezza. C’era della contentezza a far la fila.
E ancora così? Non lo so. Credo di no.

Dopo, la stessa sera, parlando un po’ coi miei genitori, a tavola, ho scoperto che il meccanico delle biciclette, che aveva la bottega squarciata nella zona rossa, aveva riallestito il negozio nel suo garage e anche adesso lavora lì tutti i giorni.
E poi c’era il barbiere, che dopo decine di anni di lavoro a Rolo era appena riuscito ad aprire la bottega in centro a Novi, il suo paese, e adesso tagliava i capelli regolarmente al primo piano di casa sua, appena fuori dalla zona rossa, supposto che avesse un senso parlare di una zona rossa, a Novi di Modena, che mi vien da dire che dove non era rossa era fuxia; in certi posti era bordeaux.

E allora, per concludere, e intanto vi ringrazio e scusate se vi ho fatto perdere del tempo, mi è venuto da pensare che non è tanto questione, come si diceva sui giornali e in televisione, di emilianità (che non esiste, l’emilianità) o di tenere botta (uno slogan che alla fine della fiera vuol dire più o meno “portiamo pazienza”), ma invece, forse, è come dice lo scrittore Paolo Nori in un discorso bellissimo intitolato Noi e i governi, che ha dentro un pezzo che fa così:

[…] c’è un mio amico, […] che è uno storico della città di Pietroburgo e gli avevano impedito di fare il suo lavoro perché era un antisovietico, seguito dalla polizia segreta, e è stato costretto a lavorare in fabbrica e ha continuato a studiare per conto suo, di notte, e andava in biblioteca al sabato e alla domenica, e lui per tutta la vita, se la libertà fosse un muscolo, che si rafforza con l’esercizio, come tutte le altre cose, be’, se la libertà fosse un muscolo, o un fascio di muscoli, come i muscoli addominali, che lì non si scappa, si sente al tatto, o ce li hai o non ce li hai, non te li danno gli altri, te li fai su te, con la pratica, be’, è come se lui, quel mio amico lì, […], la sua libertà l’avesse esercitata tutti i giorni per quarant’anni e l’Unione Sovietica è stata la palestra ideale, per lui, e andava in giro per l’Unione Sovietica con il suo ventre piatto da pugilatore e guardarlo andare era un piacere.

Ecco, adesso non lo so come andrà a finire, che dopo quattro anni dalle nostre parti c’è ancora un bel po’ di disperazione, altro che l’emiliano di qua e l’emiliano di là. Ma la ricostruzione è iniziata. Almeno un pochino. E dove non è iniziata, forse è ora che ci esercitiamo a farla iniziare dentro le nostre teste. Con esercizio costante. Una pratica quotidiana, dove e quando possibile.
Perché la ricostruzione è un muscolo. E si potrebbe dire che le cose come i terremoti possono farci disperare all’infinito, oppure possono farci venire il ventre piatto del pugilatore.
La seconda alternativa la possiamo scegliere.
È come se ci avessero dato gratis la tessera di iscrizione.
Anche perché qua, a Novi di Modena, ma anche a Rovereto, a Sant’Antonio in Mercadello, a Cavezzo, Medolla, Mirandola, a San Felice, e in generale in tutta la bassa, anche adesso, anche oggi, è tutta palestra.


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2 risposte a Tutta Palestra (quattro anni dopo)

  1. Naolo Pori scrive:

    Buonasera a tutti.
    Si sente?

    Ussignùr, questo è Paolo Nori. Si comincia male, si comincia…

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