C.C.C.P.

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Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.

(una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 novembre)


L’età della ragione

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Un paio di mesi fa avevo scritto in giro per l’internet un piccolo componimento che diceva:

Comincia sullo scivolo
La fine dell’infanzia
Salendoci sicuri
Dalla parte della rampa.

L’altra sera siamo saltati di colpo al livello successivo.  Continua a leggere


È un periodo

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È un periodo che ho voglia di scrivere.
(Son sempre lì lì. E invece poi no.)


Mi sembra giusto ribadirlo

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Visto che l’ho scoperto a 37 anni, e adesso ne ho 38, e lo so che c’è chi non ci crede, e chi non vuole ammetterlo, ma non lo so, è così basta, e cioè che la Riviera romagnola è il mare più bello del mondo.


Un’altra lista

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Adesso che Guido si avvicina ai due anni e mezzo e sta imparando a parlare sempre meglio, alcune parole ed espressioni stanno pian piano scomparendo e, abbiamo notato, anche se sono durate solo un anno o poco più ci mancheranno davvero un casino.
Per esempio:

  • Appa, con la lingua tra le labbra per la doppia p, che voleva dire Acqua.
  • Nonno Use, che era il suo modo di chiamare il nonno Iules (i perché e i percome del nome di mio padre li avevo già raccontati).
  • Popòm, che era l’ippopotamo (questa è sparita da una settimana, ma tornerei indietro subito e, anzi, firmerei adesso una petizione per cambiare nome agli ippopotami, cioè ai popòmmi).

È una lista in evoluzione permanente, quasi quotidiana.
Ma così vanno le cose. E vanno molto bene, peraltro, bisogna dirlo.