Mia nonna faceva dei risotti buonissimi (un discorso)

[E questo è il testo del discorso che ho letto ieri a Novi di Modena, per l’Aia Folk Festival organizzato dal Coro delle Mondine di Novi di Modena. C’era Giancarlo Frigieri ad accompagnarmi con la chitarra e a suonare qualche pezzo (metto i link a Spotify qui sotto). Avremmo dovuto farlo all’aperto, ma minacciava pioggia e temporale, quindi ci hanno spostati nella sala da ballo del Circolo Arci Taverna, con le porte e le finestre aperte per non morire dal caldo. Avremmo dovuto farlo amplificato, ma quando il fonico è arrivato a chiederci cosa ci servisse gli abbiamo detto: non ci serve niente. Abbiamo fatto tutto davvero unplugged, sfruttando l’eco della sala, girando tra il pubblico, in mezzo alle sedie, con traiettorie casuali e pestando un piede ogni tanto, ma è stato davvero bello.
«Non avevo mai visto tanta gente piangere tutta insieme» mi ha scritto Gianca stamattina. Neanche io, devo ammettere. Buona lettura.]

***

Buonasera.
Si sente se parlo così?
Bene.
C’è caldo, eh? Portate pazienza.

Ecco, allora, ciao, io mi chiamo Marco Manicardi, sono il figlio di Iules e della Francesca e il nipote di Corrado e dell’Ada, e sono un novese, o meglio lo sono stato per i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato ad abitare a Carpi per questioni d’amore. Abito lì da 17 anni e sono 17 anni che la mia compagna mi dice che secondo lei mi ha tolto il selvatico.
Forse qualcuno di voi mi ha già sentito leggere, qui a Novi, e mi ha sentito leggere delle cose che parlavano a volte del terremoto, altre volte di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime. E anche oggi vi parlo più o meno di quelle cose lì, ma ve lo dico meglio dopo.

Prima vi presento il chitarrista che mi accompagna, si chiama Giancarlo Frigieri, viene da Sassuolo, per vivere spedisce piastrelle, ma nella vita è anche un grandissimo cantautore. Io e Gianca ci conosciamo da vent’anni, forse di più, e lui delle volte scrive delle canzoni che parlano anche di posti come questo. Adesso ve ne fa sentire una. (Ci sono due o tre parolacce, non gravissime, ma nell’arte le cose van chiamate col loro nome; lo dico per i bambini presenti, se ce ne sono. Il mio è lì, per esempio; comunque non è nulla, non preoccupatevi).

Quando Diego Zanotti mi aveva chiamato per chiedermi di parlare di (parole sue) i 50 anni del Coro delle Mondine di Novi di Modena visti da un novese io gli avevo detto subito di sì, così, sull’onda dell’entusiasmo. Solo che non avevo bene in mente cosa dire, forse non ce l’ho neanche adesso, quindi portate pazienza. Poi qualche settimana dopo mi aveva contattato la Giulia Berni, la nuova Direttrice del Coro, e mi aveva chiesto un titolo da mettere sul volantino, e io, che non avevo ancora scritto una riga di quello che sto leggendo ora, non sapevo cosa dire. Così mi ero inventato un titolo: “Mia nonna faceva dei risotti buonissimi”. E poi, qualche giorno dopo, anzi qualche giorno fa, perché son fatto così, arrivo sempre all’ultimo, mi son seduto davanti al computer e ho scritto “Mia nonna faceva dei risotti buonissimi” in grassetto sul foglio bianco. E ho pensato subito: E adesso?

Perché, ho pensato, io che cosa ne so della storia del Coro delle Mondine di Novi di Modena? Quasi niente. Sono nato che il coro era già lì, e più o meno da quando ho cominciato a capire le cose, diciamo intorno alla fine degli anni 80, ho sempre avuto modo di sentirle cantare, le Mondine, qua e là, quando c’era Torino Gilioli che le dirigeva, e per me era una cosa normale. Mi stupivo anche, mi ricordo, che non ci fosse un Coro delle Mondine in ogni posto del mondo, un po’ come la banda del paese.

Una cosa, però, mi ha sempre lasciato un po’ così. Mia nonna, che aveva un nome bellissimo, si chiamava Ada, era stata anche lei una mondina, ma non cantava nel Coro.
Ogni tanto, quando pensava che nessuno la stesse ascoltando, attaccava qualche canta mentre faceva i fatti in casa sua. Io da piccolo, ma anche da ragazzino, coi miei che lavoravano tutto il giorno, vivevo praticamente dai nonni, lungo Via Casoni, e avevo tutti gli amici lì, anche se casa mia era dall’altra parte di Novi, vicino alla chiesa. O meglio: gli amici ce li avevo nella parte sinistra di Via Casoni, guardando dalla Provinciale e andando verso la Fossa; quelli nella parte destra di Via Casoni non erano miei amici, anzi ci si guardava un po’ in cagnesco, non so di preciso il perché, erano gli anni 80 che funzionavano così.
Ma comunque, mia nonna, me lo raccontava sempre, tutti gli anni arrivava un camioncino e la tirava su con delle altre ragazze per portarle in Piemonte dei mesi a mondare il riso. Mi ha sempre raccontato di quei viaggi, delle camerate, del riso coi fagioli che le facevano mangiare tutti i giorni, a pranzo e a cena, dei piedi sempre nell’acqua, bagnata fino al culo, in chinòun (con la schiena piegata), col sinsèli dapartùt (con le zanzare dappertutto), dal psìghi (le piaghe e le vesciche), e così via, col capo in piedi col suo bastone a farle lavorare senza voltarsi per parlare una con l’altra, e così loro cantavano. E mi raccontava che il capo della loro camerata era suo padre, cioè mio bisnonno, che io non l’ho mai conosciuto ma mia nonna, l’Ada, mi diceva sempre che era uno che non era capace di tenere i soldi: loro erano una delle famiglie più povere di Novi e il padre non lavorava mai, stava sempre a bighellonare, lavorava solo qualche mese quando andava a fare il capo della camerata delle mondine in Piemonte, la stessa camerata dove stava anche mia nonna, sua figlia. E appena tornavano a Novi, a stagione finita, lui coi soldi che aveva guadagnato in Piemonte si comprava un cappello nuovo. E fine.

Questa è più o meno tutta la storia che conosco di mia nonna Ada, del suo essere stata povera, del suo essere stata mondina. Era così riservata che parlava pochissimo del suo passato, e anche a cantare la sentivo solo quando lei credeva che non l’ascoltasse nessuno. Magari pensava che fossi lungo via Casoni coi miei amici (quelli della parte sinistra) e invece ero nascosto nell’andito mentre lei cucinava e cantava.

«Ma perché, nonna, non vai a cantare col Coro delle Mondine, che sei stata mondina anche te, conosci tutte le canzoni e nel coro è pieno di tue amiche?» Le avevo chiesto una volta.
«Ma io non so mica cantare!» Mi aveva risposto lei.
E non eravamo più tornati sull’argomento.

E un’altra cosa, c’è da dire ancora, su mia nonna Ada. Anzi su di lei e mio nonno Corrado. Anzi due: una è che erano degli appassionati di liscio ma vigliacco se qualcuno li ha visti mai ballare, lo facevano mettendo la radio o la televisione a volume altissimo e si incrociavano nell’andito, si abbracciavano e ballavano, qualche giro di valzer e polka, poi ognuno tornava per i fatti propri. Questo ce lo raccontavano loro, è un po’ una leggenda, nessuno li ha mai visti dal vivo. Giuro.

L’altra cosa è che a mio nonno, Corrado, che era stato povero anche lui, non gli piaceva il riso. Lo mangiava, quando c’era, però se fosse stato per lui avrebbe evitato volentieri.
E mia nonna Ada, invece, il riso lo adorava. Faceva dei risotti buonissimi. Il mio preferito era quello coi funghi, che la vedevo che nella pentola, quando il riso era mantecato per metà, lei prendeva un panetto di burro, di quelli che si comprano allo Coop, qualche centinaio di grammi, lo scartava e via, ce lo buttava dentro intero. Veniva buono per forza, il risotto.
Ma quando era da sola con mio nonno, per tutta la vita, una volta a settimana, estate e inverno, mai che sbagliasse un giro, faceva il riso coi fagioli. Era buonissimo, sono convinto, ma mio nonno storceva sempre il naso e sbuffava.

«Ada, sei stata una mondina, il riso non ti è mica venuto fuori dalle orecchie?» Le diceva sempre in dialetto, in maniera anche un po’ più colorita di così.
«Macché,» rispondeva l’Ada, «mi piace da matti.»

Mia nonna Ada è morta in agosto del 2017, per un brutto male che però, per fortuna, l’ha presa che era già anziana. Qualche mese dopo mio nonno, Corrado, ha deciso che lui senza l’Ada al mondo non ci voleva stare, e ha smesso di muoversi, poi ha perso la vista, poi la parola, poi quattro mesi e mezzo dopo, a gennaio 2018, è morto anche lui. Hanno fatto un po’ come June Carter e Johnny Cash, se qualcuno conosce la storia. Se non la conosce, poi magari gliela racconto.

Adesso, io non sono credente, scusate, per me quando si muore si muore. Ma nel caso dovessi sbagliarmi, o se devo fare un lavoro di fantasia, ecco, me li immagino lassù, come si dice, che una volta a settimana lei gli fa da mangiare un risotto coi fagioli, un risotto buonissimo, e mio nonno che storce il naso e sbuffa e le dice «Mo Ada, mo incòra? L’am vin fòra dal cul!» (Ma Ada, ma ancora? Lo sai che non mi piace mica tanto!)
E poi, chissà, magari si mettono a ballare un giro di valzer o una polka.
Non lo saprà mai nessuno.

E comunque, insomma, cosa ne so io dei 50 anni del Coro delle Mondine di Novi di Modena? Quasi niente. O almeno, non so quasi niente dei primi 35 o 40 anni.
Poi è successo che circa dodici anni fa mia mamma (che è quella seduta lì) un giorno che ero a pranzo da lei mi fa: «Ho dato il tuo libro alla Giulia, mi ha detto che ti deve telefonare.»
Ho fatto due occhi grandi così.

Era un po’ di tempo che giravo con degli amici a leggere in pubblico un libro che si chiamava Schegge di Liberazione, che raccoglieva racconti, poesie, e storie in generale sulla Resistenza e sulla Liberazione. E mia mamma, senza dirmelo, ne aveva data una copia alla Direttrice del Coro delle Mondine. E la Direttrice del Coro delle Mondine, la Giulia Contri, mi aveva poi telefonato per dirmi che le sarebbe piaciuto fare una serata col Coro che cantava, e in mezzo alle cante metterci le letture da Schegge di Liberazione.

Oh, era successo davvero, una sera al Coccobello di Carpi. E poi ancora, a Rimini. E poi ancora delle altre volte e, insomma, così, come se fosse una cosa normale, a un certo punto ero entrato nella famiglia del Coro delle Mondine di Novi di Modena. E loro, le Mondine, sono diventate immediatamente e praticamente tutte mie nonne. Tutte, eh. Anche le più giovani. Anche la nuova Direttrice, che secondo me quando è nata io ero già grandicello… dov’è?… eccola, beh, è mia nonna anche lei.

Ci sono poi anche dei lati negativi, ad avere così tante nonne. Perché coi nonni funziona che a un certo punto non ci sono più. E tutte le Mondine che sono venute a mancare in questi dodici anni mi hanno lasciato un vuoto, qui, che, boh, lo so che è una cosa banale da dire, ma non è che riesca a spiegarlo meglio.
Come a ottobre dell’anno scorso, quando se n’è andata la Giulia. La Giulia Contri.

E visto sono qui a parlare della storia del Coro vista da me è ovvio che debba finire così, anche se non so bene come metterla giù, quindi la metto giù come l’avevo messa giù a ottobre, sul mio blog, e provo a dire la cosa su cui alla fine si concentrano tutti i pensieri, che è poi una delle cose più importanti tra quelle che mi siano capitate negli ultimi dodici anni, e questa cosa erano le telefonate.
Ogni tanto ne arrivava una che mi diceva più o meno: «Ciao Marco, ho visto quello hai scritto, ti va di leggerlo mentre noi cantiamo?»
E dopo stavamo al telefono delle mezz’ore a parlare dei perché e dei percome la Giulia aveva pensato di organizzare tutto e i motivi per cui farlo e così via, fino ai massimi sistemi.
Che poi parlava lei, soprattutto. Io annuivo. Non è che si potesse fare altro.

E ancora più potenti e memorabili erano le telefonate che cominciavano così:
«Ciao Marco, stiamo organizzando la tal cosa, ti va di venire a leggere?»
«Ma guarda che non ho scritto niente.»
«Allora scrivi qualcosa.»
«Ma non saprei mica cosa dire.»
«Dai, che invece lo sai. Scrivi.»
Ed erano potenti perché mi facevano alzare il culo, quelle telefonate, cioè me lo facevano appoggiare su una sedia per mettermi a scrivere delle cose da leggere in pubblico. E io, alla fine, che forse neanche troppo inconsciamente nella mia vita adulta ho sempre provato a scappare da questo paesino di settemila abitanti, alla fine tornavo sempre qui, e quelle volte che tornavo proprio per fare quello che lei mi aveva chiesto di fare finivano per essere alcune delle esperienze più emozionanti della mia vita.

Il mio natìo borgo selvaggio, il paese in cui sono nato, Novi di Modena, questo qui che abbiamo intorno, non è che abbia tanto da offrire ai turisti e ai viandanti: non ha neanche una piazza, per dire. E però ha una cosa che sono arrivati a invidiarci in tutto il mondo, o almeno ce la invidiano quelli che ci hanno avuto un po’ a che fare, da spettatori o da collaboratori, e questa cosa è il Coro delle Mondine. Anzi, meglio: il Coro delle Mondine di Novi di Modena, soprattutto da quando c’era lei, la Giulia Contri, a dirigerlo, con la stessa passione e la stessa forza, sempre, che fossero a New York, a Detroit oppure a Rolo, di là dalla Fossa Raso.

Perché aveva questa cosa, lei, era potente con la voce e con le mani quando dirigeva il Coro, ma anche quando ti chiedeva e ti indicava quello che sarebbe stato giusto fare in una certa occasione. E quell’occasione finiva per avere sempre un senso altissimo e profondo, antifascista, in prima linea per i diritti di tutti, per la pace, per l’ambiente, l’uguaglianza, la giustizia e, insomma, era sempre qualcosa che ti rendeva attivo e cosciente, ti accendeva il cervello. E quella cosa lì, oltre a quella di tramandare la memoria, è sempre stata la funzione del Coro delle Mondine di Novi, e lei l’aveva capito e dirigeva il Coro in quella direzione, senza mai tirarsi indietro, nei teatri, nelle piazze, nelle manifestazioni, o durante un pranzo alla Taverna.
Era una specie di Comandante Partigiano, la Giulia Contri.
Era davvero più forte dei cannoni.

E insomma, basta. Adesso, per finire, volevo dire solo un’ultima cosa. E cioè che qualche mese fa quando mi è squillato il cellulare verso mezzogiorno e mezza, che stavo facendo da mangiare in casa da solo, mio figlio era scuola, la mia compagna era a lavorare, ho messo giù il mestolo, ho guardato lo schermo, era Diego Zanotti.

«Pronto.» Ho risposto.
«Ciao Marco, sono Diego, Diego Zanotti, ti ricordi?»
«Sì che mi ricordo. Ciao Diego, dimmi,» gli ho detto, anche se un po’ me lo immaginavo già.

«Te lo chiedo come te l’avrebbe chiesto la Giulia?» Mi ha detto.
«Non lo so mica se ci riesci…» gli ho risposto.
«Hai ragione…» e si è fermato, e poi ha ripreso: «te lo chiedo come mi viene.»

E mi ha chiesto se volevo leggere qualcosa per l’AiaFolkFestival 2022, a fine giugno, e che gli sarebbe piaciuto che parlassi dei 50 anni del Coro delle Mondine di Novi di Modena visti da un novese. Anzi, non proprio da un novese in generale: da me.
Beh, ecco, era questo discorso qua. Che adesso è finito.

Grazie.

***

(le foto intere le trovate sul profilo fb di mia mamma, e le ha fatte Giancarlo Bigi)


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