Il 15-18: Capitolo 1 (Come un Big Bang visto da fuori)

Questa è la cronaca di come sono diventato padre. Non è un gran capolavoro di letteratura, tutt’altro, e, anzi, è il copincolla un po’ ricicciato di una manciata di mail che inviai verso l’inizio di aprile del 2015 a quello che posso considerare come il mio migliore amico. Ho sistemato le virgole, i punti e poco altro (ci saranno diecimila refusi).
Non è un’opera di fantasia e l’argomento è personale. Per questo motivo ho deciso di non pubblicarlo sul blog “in chiaro”, ma di inviarlo direttamente a chi vuole leggerlo. Il mondo dei social network non è un posto molto confortevole e vorrei evitare che pezzi delle nostre vite, ma soprattutto quelli di mia moglie e di mio figlio, finiscano in pasto alla condivisione e ai commenti selvaggi di persone a caso.

Se volete leggerlo, scrivetemi a marcomncrd chiocciola gmail, ditemi chi siete e io molto probabilmente vi rispondo e ve lo mando. E mi fido di voi.

(Continua…?)

Continua a leggere


Canzonette

Mi è arrivata una mail dal mio amico cantautore Giancarlo Frigieri (ci scriviamo seicento email al giorno, in questa mi chiede se voglio pubblicare una roba sul mio blog, e io voglio), diceva così:

Visto che scrivi qualcosa tutti i giorni, posso suggerire che una volta che non hai niente da scrivere ci scrivi che quando facevo la prima elementare avevo un mio compagno di classe che cantava “Rock around the clock” di Bill Haley & The Comets e quando dice “We’re gonna rock around the clock tonight, we’re gonna rock rock rock ‘til broad daylight” diceva “Uigona uoc e ral e uoccheral, Uigona uo uo uo uo uoccheral” e a noi ci sembrava sapesse l’inglese.
Invece quando avevo 14 anni c’era uno in compagnia con me che cantava “Sledgehammer” di Peter Gabriel e diceva “I wanna be SPACE SHOWER” e io ogni tanto, ancora oggi, quando la sento mi chiedo chissà cosa intendeva per “doccia spaziale”.

E mi sono ricordato che una volta, da qualche parte, avevo scritto che il fratello di Frigieri tutte le volte che sente Rastaman Vibration di Bob Marley la canta così: «Rastaman vibration, yeah, positive. Nixon Brahmaputra.»
Una cosa che ci faceva talmente ridere che, quando avevamo una band insieme, io e Frigieri, che si chiamava Tua Madre, ci avevamo anche intitolato una canzone (se di canzoni si può parlare, nel caso di Tua Madre).

Poi, per fare degli altri esempi, io tutte le volte che sento quel pezzo famoso di Grease che tutti conoscono, lo canto così: «You’re the one that I want (Assurbanipal) uh! uh! uh!»
E un’altra volta, che stavo canticchiando Innuendo dei Queen mentre cincischiavo in giro per casa, e cantavo: «Surrender your ego, be free, bre free…», la Cate è spuntata improvvisamente da dietro un angolo del salotto aprendo le braccia e urlando: «BEYONCÉÉÉÉÉ!»

E poi basta. Per oggi è tutto.
Musica:  Continua a leggere


A proposito di galaverna

Quando facevo le Superiori, cioè l’Istituto Tecnico Industriale Leonardo Da Vinci di Carpi, e abitavo ancora a Novi di Modena, la mattina mi svegliavo verso le 6, andavo in cucina e trovavo un pentolino di latte da scaldare che mi aveva preparato mia mamma prima di andare a letto, accendevo il fuoco, tiravo fuori i Coco Pops e ne versavo un po’ nella tazza, li ricoprivo col latte caldo e ci facevo colazione. Tutto abbastanza in fretta, però, che c’era da fare un paio di chilometri a piedi per andare a prendere la corriera per Carpi. Avrei potuto andarci in bici, per far prima, alla fermata della corriera, e delle volte lo facevo, ma d’inverno no, d’inverno mai.
D’inverno mi piaceva proprio uscire di casa a piedi, tutto bardato con la sciarpa della Fiorentina, il bomber grigio dei Pittsburgh Pirates che avevo preso coi punti della Nutella, i jeans strappati sulle ginocchia per il troppo utilizzo, gli anfibi con la punta di metallo, il walkman quasi sempre caricato con Fear Of The Dark e il dito pronto sul reverse per far ripartire The Fugitive, che era la mia preferita e che, ma forse era un caso, cominciava nella nebbia.
C’erano delle nebbie, negli anni 90 del secolo scorso, che anche a piedi, anche la mattina, facevi fatica a vedere cinque o sei metri avanti. Era bello, erano tutti addormentati, erano tempi che quasi tutti lavoravano vicino a casa e pochi si svegliavano presto per andare lontano, e gli unici abitanti di qui limbi mattutini freddi e ovattati, con il passo da zombie e la testa ancora da riavviare, eravamo noi studenti delle Superiori o dell’Università che andavamo a prendere la corriera per Carpi o il treno per Modena e Bologna.
Una cosa che mi piaceva moltissimo, e per la quale partivo anche cinque o dieci minuti prima del dovuto, era fermarmi a guardare le ragnatele gelate dalla galaverna sui cancelli delle case. C’erano quelle abbandonate dai ragni già da tempo, chissà se i ragni proprietari erano morti o avevano solo traslocato, e le loro ragnatele restavano lì a pendere flosce, imborsate e appesantite dal ghiaccio, coi fili tutti arcuati verso il basso, come fossero ragnatele stanche. C’erano poi quelle nuove, coi loro tiranti stesi tra una cancellata e l’altra e le mandate degli altri fili, quasi a spirale dal centro all’esterno, congelate anche loro dalla galaverna che però non era abbastanza forte da deformarne la configurazione perfetta. E chissà se i ragni che le custodivano stavano morendo congelati o si erano trasferiti temporaneamente nelle case lì vicino, costruendosi un riparo di fortuna negli angoli dei muri, con gran fastidio e nervoso delle mamme che ci abitavano, come la mia.

«Ma prendi la bici! Cosa vai sempre in giro a piedi con questo freddo?» Mi avevano chiesto una volta i miei.
«Guardo le ragnatele ghiacciate sui cancelli delle case.» Gli avevo risposto.

Continua a leggere


Un libro

L’altro giorno, mentre osservavo una persona che conosco leggere un libro molto difficile e impegnativo, considerando il fatto che questa persona non legge mai, e non lo dico così tanto per dire, ma con mai intendo proprio mai, insomma, l’altro giorno mentre la osservavo leggere mi è venuto in mente quell’aneddoto sugli amici di John Wayne che, visto che era il compleanno di John Wayne e non sapevano cosa regalargli, erano andati da John Ford a chiedergli un consiglio sul fatto che avessero pensato che forse potevano regalare a John Wayne un libro, e John Ford li aveva guardati, aveva scosso la testa e, no, gli aveva detto, è meglio di no: ne ha già uno.


Si stava meglio quando si stava meglio: in epub

Il giorno di Santa Lucia del 2018 avevo pubblicato su Barabba un librino che parlava di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di maghi, prestigiatori e circhi itineranti, di mezzadri e di un toro, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime.
Mancava però la versione in epub, perché avevo incontrato delle difficoltà nel crearla coi poveri mezzi poco aggiornati che usavo fino a cinque o sei anni fa per fare gli ebook.
Adesso, che è il giorno della Befana, anche se non l’ho fatto apposta, dovrei esserci riuscito.

Si stava meglio quando si stava meglio si scarica sempre da qui (o da qui), ora anche, come dicevo, in epub. (Ma ci sono ancora il mobi e il pdf, se vi fan più comodo.)

Buona lettura e Buona Befana.

Continua a leggere