Invecchiare (11)

E ieri sera ero in un posto a sentire dei gruppi che suonavano, a un certo punto mi sono guardato intorno, poi ancora, più e più volte, ho cercato di analizzare e capire, di calcolare dalle facce, dai modi, dagli sguardi, di quelli sul palco, di quelli sotto, quelli che bevevano e quelli che fumavano fuori, quelli all’ingresso a fare le tessere, quelli al bancone, davanti e dietro, e niente, sono arrivato alla conclusione che ero il più vecchio del locale. Che è una cosa che un po’ fa piacere e un po’ dispiace. Non saprei spiegarlo meglio.


(Uno, come al solito, invecchia come può.)


Treno della Memoria 2012 (un reportage)

Undici anni fa ero andato sul Treno della Memoria da Fossoli a Birkenau, insieme al dottor Carlo Dulinizo e a una marea di studenti delle superiori. Al ritorno, qualche mese dopo, mandandoci dei messaggi tra Carpi e Cuba (dove si trovava in quel momento il dottor Dulinizo), avevamo scritto un piccolo reportage in due parti per No Borders Magazine, una webzine di viaggi e imprese titaniche che oggi non esiste più. Quel reportage doveva molto alle parole di Paolo Nori e Carlo Lucarelli che erano sullo stesso nostro vagone, due o tre cuccette più in là, e, come faccio tutti gli anni, se mi ricordo, lo ricopio tutto qui sotto.
È un po’ lungo. Le parti in chiaro le ha scritte il dottor Dulinizo, quelle tra parentesi quadre sono le mie.
Buona lettura.

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Scarpe rotte

(Oggi)
Oggi, settantatré anni fa, alle Fonderie di Modena venivano ammazzati sei operai, e feriti altri duecento, dalla polizia. Mio nonno Corrado mi raccontava che oggi, settantatré anni fa, l’avevano saputo quasi subito anche a Novi di Modena, quello che era successo, a trenta e passa chilometri di distanza.

(Dopodomani)
Dopodomani, settantatré anni fa, mio nonno Corrado si metteva in marcia con un gruppetto di novesi: scioperavano, avevano messo su le scarpe nuove e ancor prima che spuntasse il sole s’erano incamminati fino a Modena per i funerali. A Fossoli avevano tirato su altri gruppetti come loro, e via andare; a Carpi avevano fatto altrettanto, e via ancora, andare; lo stesso a Soliera, a Ganaceto, a Lesignana, a Ponte Alto, sempre dello stesso passo, senza rallentare, mi raccontava mio nonno Corrado, senza rallentare fino alle Fonderie, via, andare. Sempre dello stesso passo perché trenta e passa chilometri non sono uno scherzo per chi esce dal paese solo per le feste, magari col carretto e le scarpe nuove in spalla per andare a ballare alla Festa de l’Unità di Carpi, che dicevano che fosse la più bella di tutte e poi era così grande.

(Dopo)
Dopo, quando ormai era andato in pensione, ed era andato in pensione anche suo figlio, cioè mio padre, ed era diventato più o meno un uomo anche suo nipote, cioè io, a mio nonno Corrado delle scarpe non gliene fregava più granché. Si ricordava sempre di quella volta che era andato fino a Modena a piedi per lo sciopero generale, per i funerali dei morti nell’eccidio alle Fonderie. Ma quando si deve andare, mi raccontava, c’è poi anche da ritornare, e le scarpe si erano rotte. Ci voleva uno stipendio per comprare delle scarpe nuove, una volta. Quelle scarpe nuove che, di solito, servivano una volta l’anno, quando dovevi andare alla Festa de l’Unità di Carpi a ballare.

(E dopo ancora)
E dopo ancora, mi era toccato raccontare a mio nonno Corrado che poi le Fonderie erano diventate le Ex-Fonderie: una discoteca. E che io una volta, da ragazzino, anni prima, ci avevo ballato dentro. Gli avevo raccontato di quella volta che ero andato fino a Modena, a trenta e passa chilometri di distanza, in macchina con gli amici, per ballare. Secondo me quella sera, anzi quasi sicuramente, almeno così mi ricordo, avevo delle scarpe nuove. Delle scarpe nuove per ballare.

(Oggi)
Oggi, settantatré anni dopo l’eccidio delle Fonderie, e tredici anni dopo che avevo scritto questo pezzetto (un po’ diverso) per la prima volta su Barabba, mio nonno, Corrado, non c’è più: è morto all’inizio di gennaio di cinque anni fa, aveva novantadue anni. Però lo so che, se ci fosse ancora, oggi mi racconterebbe, come se fosse la prima volta che me lo racconta, di quando era andato a Modena a piedi, tanti anni fa, e delle scarpe nuove che poi si erano rotte, eppur bisognava andare.

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Rodari

E in un libro che si chiama La freccia azzurra, del 1964, Giovanni Rodari, detto Gianni, dice che per Franco quella dell’Epifania fu una notte indimenticabile quando i pastelli, uno dopo l’altro, gli mostrarono quello che sapevano fare. Per esempio, gli disegnarono e dipinsero tante bandiere, che la stanza sembrava un giorno di festa nazionale. Fecero la bandiera tricolore e la bandiera rossa, e si accapigliarono perché ciascuno voleva che la propria bandiera fosse la più bella, poi fecero la pace e disegnarono tutti insieme una bandiera di sette colori. E poi dissero: «Ecco qui, ci siamo tutti e sette e non si fa torto a nessuno. Ora andremo veramente d’accordo.»


2022 in pictures

Ciao, 2022. Sei stato boh.

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Come ogni anno

«Marley era morto, tanto per cominciare.»


Dei ricordi (40)

Il 21 dicembre del 2016, ma anche il 21 dicembre del 2017, il 21 dicembre del 2018, il 21 dicembre del 2019, il 21 dicembre del 2020 e il 21 dicembre del 2021 avevo scritto una cosa intitolata “ciao” che diceva così:

Volevo solo dire che «senza canditi» non è un valore aggiunto.

E adesso l’ho scritto anche il 21 dicembre del 2022.
A posto così.


(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)


Ciao, mi chiamo Marco, e ho un problema

E il problema è che oggi, sono stato un po’ obbligato, è vero, ma non è che ci sia voluta una pressione infinita, ho imparato a giocare al gioco di carte dei Pokémon. E quindi, non so, forse funziona come tutte le altre dipendenze, come quelle dalle sostanze o dall’alcool, ma mi si è risvegliata una cosa, dentro, che era lì sopita da venticinque anni e passa, cioè da quando giocavo a Magic. Il problema che citavo all’inizio è che ora ho una capacità di spesa che venticinque anni e passa fa non avevo.
Devo stare attentissimo.


Solipsismo

Io, adesso, non vorrei esagerare, ma la prima finale dei Mondiali che mi ricordo di aver visto è stata quella del 1986, avevo sette anni e vinceva l’Argentina di Maradona. Oggi siamo nel 2022, mio figlio ha sette anni e la prima finale dei Mondiali che si ricorderà di aver visto è quella dove vinceva l’Argentina di Messi. Se poi consideriamo anche che è stato concepito il giorno della finale dei Mondiali del 2014 dove vinceva la Germania contro l’Argentina (e che, sì, sappiamo esattamente il giorno in cui è stato concepito), io, come dicevo prima, non vorrei esagerare, ma se uno va a leggere cosa si dice del solipsismo su wikipedia trova scritto così:

Il solipsismo, dal latino solus (solo) e ipse (stesso), “solo sé stesso”, è un termine che si riferisce alla dottrina filosofica secondo cui l’individuo pensante può affermare con certezza solo la propria esistenza, poiché tutto quello che percepisce sembra far parte di un mondo fenomenico oggettivo a lui esterno, ma che in realtà è tale da acquistare consistenza ideale solo nel proprio pensiero, cioè l’intero universo è la rappresentazione della propria individuale coscienza.

Poi, ripeto, non vorrei esagerare.
Però, ecco. Tutto qui.


E adesso?

Dieci o quindici pagine, quasi tutti le sere, qualche volta di più, qualche volta di meno, questa era la media, tutto a voce alta, una voce e un tono diversi per ogni personaggio, meticolosamente, delle volte trattenendo dei magoni, fermandomi ogni tanto a rispondere alle domande o a spiegare il significato di un aggettivo o di un avverbio un po’ difficili, alla luce di una lampada piegata verso il muro o verso il comodino, che non desse troppo fastidio, la lampadina bruciata e cambiata due volte, gli animali accoccolati sulle coperte e tra le gambe, quando faceva freddo, o stesi a boccheggiare sul pavimento, d’estate, l’ordine inflessibile di «denti e pigiama!» prima di cominciare, prendere fiato, un attimo di silenzio, tornare indietro di qualche frase o qualche pagina per riprendere il filo che si era perduto la sera prima, quando gli occhi si erano già chiusi e il respiro era diventato più pesante, così, dieci o quindici pagine, qualche volta di più, qualche volta di meno, quasi tutte le sere. Mezz’ora fa ho finito di leggere l’ultimo dei libri di Harry Potter, avevamo iniziato col primo l’anno scorso, tra febbraio e marzo, non mi ricordo di preciso. Mi sento, boh, non saprei, forse appagato, e un po’ svuotato, e contento, sicuramente sfinito.
E adesso?