Okada

E in un libro che si chiama Il piano delle cicale, del 2019, Tadako Okada dice che la curiosità finisce sempre per prevalere sulla prudenza, e che pare che sia colpa dell’evoluzione, altrimenti tutti saremmo ancora un branco di scimmie che si spidocchiano su un baobab davanti al truce spettacolo della savana selvaggia.


Per favore

C’è che il Miny, che ha quattro anni e qualche mese, adesso mi sembra così bravo, così intelligente, così divertente, e le cose che gli interessano e lo appassionano mi sembrano così belle e così giuste, e poi con gli altri è così buono, gentile e curioso, che ogni tanto mi accorgo di essere spaventatissimo e mi fermo a pensare, e per la testa mi gira un pensiero solo, ma fortissimo, del tipo: «per favore, per favore, per favore, non diventare uno stronzo, per favore, per favore, per favore».


Putin

E in esergo a un libro che si chiama Limonov, del 2011, di Emmanuel Carrère, Vladimir Vladimirovič Putin dice che chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, e che chi non lo rimpiange è senza cuore.


Dei ricordi

L’11 luglio del 2015 ero sull’appennino modenese e scrivevo una cosa intitolata “truestory” che diceva così:

Siamo a Monzone, frazione di Pavullo nel Frignano, a mangiare borlenghi e crescentine alla Festa del Bosco. Non c’è neanche un albero. Però i borlenghi e le crescentine sono molto buoni, c’è l’orchestrina del liscio e i camerieri sono quasi tutti bambini che indossano delle magliette arancioni con su scritto «Emargina l’astemio».

L’11 luglio del 2016 avevo appena finito di lavorare, sono salito in macchina e ho scritto:

Ciao, sono quello che aveva lasciato gli occhiali da sole sul cruscotto e dopo si è bruciato il naso.

L’11 luglio del 2017 ero a casa, mi sono svegliato e ho scritto una cosa intitolata “Praticamente un sogno erotico” che diceva così:

Stanotte, a un certo punto, è arrivata Debbie Harry, mi ha guardato negli occhi, mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto: «Non preoccuparti, è tutto ok.»


Say it ain’t so

Così l’altra sera sono andato a vedere gli Weezer. Non era stata una mia idea, ma una specie di gita organizzata dai neo quarantenni della combriccola, visto che adesso sembra che compiendo quarant’anni dobbiamo fare per forza un giubileo di cose insieme.
Ma comunque, una cosa che mi ha fatto scoppiare la testa, mentre ero là e loro suonavano, è stata rendermi conto di quante canzoni sapessi a memoria, col testo, gli assoli e tutto, e dire che a casa di dischi degli Weezer ne ho uno solo, quello blu, e nella vita devo averlo ascoltato due o tre volte, quattro al massimo. Eppure sapevo anche quelle nuove, quelle degli anni zero, e le cantavo e le ballavo, cioè le ballavo a modo mio oscillando un po’ le spalle e un po’ la testa, non troppo, che a qualcuno non venisse l’impressione che mi stessi divertendo come un matto.
Non ci avrei scommesso un euro, prima, davvero, e invece è stato un concerto bellissimo. E questa cosa dello stupirsi ancora davanti a della gente che suona è una delle più belle sensazioni a nostra disposizione. No?

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Villaggio

E in un libro che si chiama Fantozzi, del 1971, Paolo Villaggio dice che gli italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.


7 luglio

Sei anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si è fatto pensieroso e mi ha detto: «Oh, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli ho subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre quando mio nonno cominciava a parlare delle cose passate, del PCI, degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui ha annuito e alzando un braccio ha indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi ha detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.

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