Tolstoj (2)

E in un libro che si chiama Anna Karenina, del 1877, Lev Tolstoj dice che il primo bicchiere di vodka ti soffoca, il secondo ti fa diventare ardito come un falco, e dopo il terzo, i bicchieri volano come uccellini.


La Lutazia-Romagna, spiegata bene

E siccome bisogna battere il ferro finché è caldo, approfitterò ora per dire che lo stesso discorso del fiume vale per la via Emilia, celebre strada consolare di Marco Emilio Lepido console romano avversario politico di Quinto Lutazio Catulo. Perché purtroppo in queste terre orgogliose golenali va di moda a tutti i livelli sociali economici ideologici idrogeologici dire la via Emilia di qua, e la via Emilia di là, e la via Emilia e Hollywood, e la via Emilia e il Far West, e la via Emilia e la California, e la via Emilia e Nashville, e la via Emilia e Memphis, la via Emilia e la statale diciassette lungo nastro di catrame, figli della via Emilia, abbiam pianto sulla via Emilia, abbiamo amato sulla via Emilia, abbiam giocato al calcio sulla via Emilia.
Andate a girare, vien voglia di dire, figli e cantori della via Emilia, sulla via Emilia. Provateci, a far tutte quelle cose, amare piangere concepire crossare e dribblare ripartire e fluidificare, sulla via Emilia, se siete capaci, col traffico pesante. Prova te a far la via Emilia la mattina alle otto, vedi te sospirare amare dribblare: ti stirano, sulla via Emilia coi camion a rimorchio che poi passano e ripassano sui brani insanguinati della tua carne effimera; in mezzo all’inquinamento atmosferico e acustico ed elettromagnetico; altro che amare e crossare, e piollare; magari piangere sì, o tirar dei sacramenti, o trapassare, sulla mistica via Emilia. Altro che Hollywood e il Far West.
A me, bisogna che lo dica, la via Emilia, senza nessun risentimento per il console, che avrà anche indovinato a livello pianificazione del territorio e di viabilità, non sto a sindacare, ma la via Emilia devo essere onesto mi fa cagare. E adesso che l’ho detto mi sento più libero. Mi fa cagare la via Emilia e per par condicio mi fan cagare Hollywood e la California e Nashville, anche se non ci son mai stato. Che poi ci si riempie la bocca con questa via Emilia, che invece se Quinto Lutazio Catulo non veniva indagato per reati contro il buon governo cesariano e di conseguenza non cadeva in disgrazia, politicamente parlando, la via Emilia l’avrebbe fatta lui e si chiamerebbe via Lutazia e la feconda regione si chiamerebbe Lutazia-Romagna e l’Appennino tosco emiliano si chiamerebbe lutazio-toscano e la rigogliosa città di Reggio Emilia si chiamerebbe Reggio in Lutazia; e il console Emilio Lepido, che adesso si dà delle arie per via di tutti i richiami onomastici che lo celebrano, nel panorama storico politico della Roma repubblicana passava da sfigato e i posteri lo ricorderebbero solo marginalmente come quello sconfitto dall’insigne Quinto Lutazio Catulo. Anche i nomi propri sarebbero tutti di conseguenza: Emiliano Zapata, rivoluzionario messicano, si chiamerebbe Lutaziano Zapata, Carlo Emilio Gadda, ingegnere e scrittore milanese, si chiamerebbe Carlo Lutazio Gadda, e si chiamerebbe Lutazio anche il protagonista di Senilità di Italo Svevo; e anche la canzone del cantautore direbbe: Vero aperto finto strano | chiuso anarchico verdiano | brutta razza il lutaziano.

(Paolo Colagrande, Kammerspiel, Alet 2011)

Continua a leggere


Oggi, per esempio, non avendo niente da scrivere

Vado al bar.


Ginsberg

E in una poesia che si intitola Poesia razzo, in un libro che si chiama Kaddish e altre poesie, del 1961, in Italia pubblicato dentro una raccolta che si chiama Jukebox all’idrogeno, del 1965, Allen Ginsberg dice che solo lo scienziato è vero poeta, e che egli (lo scienziato) ci regala la luna, ci promette le stelle, ci farà un nuovo universo se sarà necessario. E dice che avrebbe dovuto mandare a Einstein i suoi (di Ginsberg) manoscritti fiammeggianti, e che avrebbe dovuto anche pellegrinare ai suoi (di Einstein) capelli bianchi.


Con estrema precisione

Era arrivato quel giorno dell’anno in cui di solito decidevo di abbandonare il giaccone in favore della giacchetta. Era sempre il giorno sbagliato.


Asimov

E in un libro che si chiama La fine dell’eternità, del 1955, Isaac Asimov riporta un dialogo tra il protagonista del romanzo, un tecnico di nome Andrew Harlan, e un altro personaggio, un sociologo di nome Voy; il primo, a un certo punto, dichiara brevemente: «Io non sono un sociologo, signore.»
E Voy gli risponde sorridendo: «Splendido. Quando si comincia col dichiarare una mancanza di competenza in un campo specifico, generalmente si sottintende che, quasi subito dopo, si esprimerà un’opinione completa in proposito.»


#truestory (al bar)

Venerdì sera, mentre ero lì che bevevo tranquillo la mia Guinness al bar, sono stato molestato da un tizio che si definiva cinqueverde e che ho cominciato a chiamare grillista un po’ così, per ridere; è arrivato dicendo cose a caso sull’Europa, rivolto a me che neanche lo conoscevo, e io ero lì che pensavo «che due maroni, adesso come me lo levo di dosso?»
Poi, a un certo punto, è saltato su puntandomi il dito con una cosa del tipo «perché poi quando abbiamo venduto la Corsica ai francesi nel 1975…» e continuando con un ragionamento che non ho ascoltato bene perché ci ero rimasto talmente di sasso che ho capito subito che dovevo cominciare ad assecondarlo, perché coi matti non si sa mai.
E alla fine abbiamo deciso che il problema principale dell’Italia è il LIBERO ARBITRIO, che una possibile soluzione al problema dell’integrazione è che dobbiamo cominciare a DISINTEGRARCI, e che bisognerebbe votare quel partito che proponga per primo di SPOSTARE L’ITALIA, perché non sia più quella specie molo in mezzo al Mediterraneo che è diventata adesso, quindi dovremmo provare a ruotarla per schiacciarla tipo verso la Francia o magari traslarla verso la costa jugoslava.
Alla fine mi sono anche divertito. Lui era serissimo.
L’ho salutato e sono andato a letto.