Tutta palestra

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(Quello che segue è una specie di discorso di dieci-quindici minuti che abbiam fatto ieri, alla Fornace Carena di Cambiano, in provincia di Torino, durante una Festa della Solidarietà che raccoglieva due soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi di Modena. Le cose in corsivo le ha lette la mia signora, quelle dritte  invece le ho lette io.)

Buonasera.

Io mi chiamo Marco Manicardi, di mestiere faccio l’ingegnere informatico, sono nato a Carpi in provincia di Modena nel 1979, nello stesso ospedale dove una nostra conoscente, la mattina del 29 maggio del 2012, ha iniziato a partorire in sala operatoria e, nel primissimo pomeriggio, ha poi partorito un bambino bellissimo nel parco fuori dal pronto soccorso. Comunque, io mi chiamo Marco Manicardi, sono nato a Carpi e ho vissuto a Novi di Modena i primi 26 anni della mia vita, poi sono andato a stare in centro storico a Carpi con quella ragazza lì che si chiama Caterina Imbeni, che è nata nel 1980, lavora all’anagrafe e adesso viviamo insieme.

La cosa che vi leggiamo stasera si intitola Tutta palestra e inizia martedì 29 maggio 2012, quando ero nell’epicentro epicentrissimo del terremoto, vicino a Mirandola, a lavorare. Sono scappato fuori dall’ufficio e mi sono trovato davanti agli occhi i feriti, il fumo, la polvere, i muri che si staccavano, le sirene, le lacrime e la paura, le linee telefoniche in tilt, l’ansia di sapere come stava la mia famiglia e l’ansia per la loro ansia di sapermi nel centro esatto della catastrofe senza riuscire a contattarmi. Ma in una finestrella di qualche decina di secondi, con le linee telefoniche ancora giù, sono riuscito a scrivere su twitter una frase del tipo “mamma sto bene”, e mia mamma l’ha letta su facebook e mi ha detto che ha fatto una foto allo schermo e adesso, la foto, dice che la conserverà per sempre.

Ci siamo riusciti, poi, sempre martedì 29 maggio 2012, a parlare al telefono, dopo un’ora o un’ora e mezza, e non vi so neanche spiegare la sensazione di sollievo.
Qualche ora dopo ho scoperto, guardano i notiziari, che a cento metri da dove mi trovavo a lavorare sono morte delle persone, e qui la sensazione era di disperazione, e forse lo è ancora, ma anche questa cosa non so mica bene come spiegarvela.
Allora sono andato a casa dei miei, a Novi di Modena, il mio natìo borgo selvaggio, ed ero ancora abbastanza su di giri. La sera, dopo altre due scosse che avevano avuto epicentro proprio lì, ho visto i miei genitori impauriti e i nonni che erano rimasti senza casa. Quando ho fatto un giro in centro, mi sono trovato davanti alla prova tangibile della fine delle cose costruite dall’uomo, e nello specifico erano le cose costruite dall’uomo sotto le quali ho vissuto, giocato, amato, parlato, gridato e fatto anche a pugni (una volta sola), per almeno venticinque anni della mia esistenza.

Lì per lì avevamo tutti una gran paura. Ma la paura è una sensazione con cui, sembra strano, si convive. E’ la disperazione, quella con cui si devono fare veramente i conti. E la disperazione arriva dopo, dopo qualche ora o qualche giorno, e arriva quando la paura non fa quasi più paura.

Per esempio, nei primi giorni di giugno, abbiamo smontato e caricato e spostato letti e armadi dalla casa inagibile dei nonni, poi abbiamo chiuso a chiave per sempre la porta. Ma prima di farlo, prima di girare per l’ultima volta la chiave nella toppa, col cuore che piangeva, io e mio padre siamo andati nel solaio tutto crepato e abbiamo tirato fuori la macchina da cucire della nonna. Quando gliel’abbiamo portata, forse per la prima volta da tantissimo tempo, ho visto gli occhi di mia nonna inumidirsi. Ha sorriso e ha detto «oh, là, questa è proprio la mia». È una vecchia CASER fissata su un tavolino di legno tarlato, con la pedaliera in metallo, che forse è di ghisa, secondo me. L’ha comprata nel ’53 che era già usata.
«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»

Dopo, mia sorella ha scritto una cosa su facebook. Una cosa che faceva così:

Poi ti ritrovi a svuotare e smontare completamente la camera dei nonni, perché lì, nella loro casina che per loro era come un castello, per niente moderna ma tenuta con tanto amore, piena di ricordi e di abitudini… ahimè, non ci potranno più vivere. Guardo negli occhi la nonna che, per non pensarci, sta a casa mia a cucinare qualsiasi cosa gli sta passando per la testa e poi guardo negli occhi il nonno, che invece è là a guardare il figlio e i nipoti che smontano e caricano sul furgone un pezzo della sua vita. Entro in casa e prendo una M&M’s (che adora), gliela porto, la mangia ma è arrabbiato, il cuore è spezzato. Li vedo, sono abbattuti, delusi, arrabbiati con un nemico invisibile che in pochi secondi (un po’ per volta) gli ha portato via tutto ciò che con fatica e sudore si erano costruiti per poter vivere una vecchiaia serena. Li vedo così, con reazioni diverse, ma entrambi seri e in silenzio. Cercano di farsene una ragione, che in realtà non si faranno mai. Cercano di non far vedere troppo la sofferenza che stanno provando, ma che negli occhi si vede comunque, solo per non far stare peggio noi che gli siamo vicini.

Ci penso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Io, come mio fratello, in quella casa ci sono cresciuta. Se non tutti i giorni, al massimo ogni due giorni, andavo là per fare due risate e soprattutto per fargli fare due risate. Dopo sì che erano felici, dopo sì che anche io ero felice sapendo di averli resi felici.
Da oggi non potrò più dire “vado dai nonni”; da oggi non potrò più fare arrabbiare la nonna presentandomi all’ultimo secondo a casa sua per pranzo o per cena, senza averla avvisata almeno qualche ora prima; da oggi non potrò più andare là e dire “dai nonno, vieni con me! – e lui perplesso: ma indua? – Nonno non preoccuparti, andiamo!” e anche se un po’ nervoso per non averlo avvisato prima, veniva sempre.

Ci ripenso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Ecco, io nei giorni successivi alle scosse grosse, giravo sempre col cane al guinzaglio e una borsina con dentro il computer, il caricabatterie del cellulare, la carta di credito e due o tre libri, anche se era un periodo che leggere era fatica. Son fatto così.

Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito dalla sua casa piena di crepe, nella zona rossa di Carpi, che non c’è stato proprio verso di farlo uscire, anche se ci abbiamo provato, ma niente, quando gli abbiamo chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto. È fatto così.

Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte). È fatta così.

Ed è proprio vero, mi viene da pensare, quello che diceva un mio amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non sai se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e torni a essere un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.

La parte interessante dei terremoti, ho pensato, è che poi ognuno impara delle cose che prima uno non se le immaginava neanche. E alcune di queste cose le abbiamo imparate tutti, noi terremotati, come per esempio che non si può più, d’ora in poi, vivere come se non dovesse più esserci il terremoto.

Poi ci sono delle cose che ognuno impara a modo suo. E queste sono le cose che ho imparato io:
Ho imparato a individuare al volo i muri portanti delle stanze in cui entro.
Ho imparato a valutare sommariamente l’entità di una crepa.
Ho imparato a trattenere il magone per una crepa su di un edificio caro.
Ho imparato che ci sarà sempre almeno un altro edificio caro con una crepa in più.

Ho imparato ad ascoltare le storie delle persone e ho imparato a farlo in silenzio.
Ho imparato a raccontare la mia storia, senza la pretesa che sia speciale.
Ho imparato a non rispondere a chi mi parla di spostamento dell’asse terrestre, di fracking, di complotti sulla magnitudo, di «ho un amico geologo che dice che», di «qualcuno sapeva e non ha detto niente».
E ho imparato, se proprio mi arrabbio, a rispondere secco «ciao, guarda, scusa, ma devo andare che ho un impegno.»

Ho imparato a rimanere calmo durante le piccole, continue scosse di assestamento.
Ho imparato che mettersi a correre non è la reazione migliore, quasi mai.
E adesso un po’ sta passando, ma ho imparato a fare delle docce velocissime.
Per non parlare della cacca.

***

Verso la fine di luglio dell’anno scorso, che era il sessantesimo anniversario di matrimonio dei miei nonni (pensa te, sessant’anni), siamo andati nella via dove c’era prima la loro casa, che poi c’è ancora, solo che non ci si può più entrare, e in fondo a quella via aveva appena riaperto, dopo due mesi, la pizzeria Quadrifoglio, che praticamente era l’unico edificio agibile su quella strada; e oltretutto, non lo dico perché ci sono affezionato o per fare della pubblicità, ma è davvero una delle migliori pizzerie della regione. Quella sera la pizzeria Quadrifoglio di Novi era piena di gente, c’era da far la fila, ma c’era della contentezza, anche a far la fila.

Dopo, parlando un po’ coi miei genitori, a tavola, ho scoperto che il meccanico delle biciclette, che ha la bottega squarciata nella zona rossa, aveva riallestito il negozio nel suo garage e anche adesso lavora lì tutti i giorni. E il mio barbiere, che dopo decine di anni di lavoro a Rolo in provincia di Reggio Emilia era appena riuscito ad aprire la bottega in centro a Novi, il suo paese, adesso taglia i capelli regolarmente al primo piano di casa sua, appena fuori dalla zona rossa, se si può pensare di esser fuori da una zona rossa, a Novi di Modena.

E allora, forse senza alcun nesso logico, mi è venuto da pensare che non è tanto questione di emilianità (che non esiste, l’emilianità) o di tenere botta (che è uno slogan, “teniamo botta”, coniato un anno fa e che vuol più o meno dire “portiamo pazienza”), ma invece, forse, è come dice lo scrittore Paolo Nori in un discorso bellissimo intitolato Noi e i governi, che ha dentro un pezzo che fa così:

[…] c’è un mio amico, per esempio che è uno storico della città di Pietroburgo e gli avevano impedito di fare il suo lavoro perché era un antisovietico, seguito dalla polizia segreta, e è stato costretto a lavorare in fabbrica e ha continuato a studiare per conto suo, di notte, e andava in biblioteca al sabato e alla domenica, e lui per tutta la vita, se la libertà fosse un muscolo, che si rafforza con l’esercizio, che un po’ forse è così, no?, come tutte le altre cose, be’, se fosse un muscolo, o un fascio di muscoli, come i muscoli addominali, che lì non si scappa, si sente al tatto, o ce li hai o non ce li hai, non te li danno gli altri, te li fai su te, con la pratica, be’, è come se lui, quel mio amico lì, che si chiama Al’bin, la sua libertà l’avesse esercitata tutti i giorni per quarant’anni e l’Unione Sovietica è stata la palestra ideale, per lui, e andava in giro per l’Unione Sovietica con il suo ventre piatto da pugilatore e guardarlo andare era un piacere.

Ecco, adesso non lo so come andrà a finire, che dalle nostre parti c’è ancora un bel po’ di disperazione, altro che l’emiliano di qua e l’emiliano di là.
Ma, se non altro, le cose come i terremoti fan venire i muscoli, verrebbe da dire.
Perché là da noi, a Novi di Modena, e in generale dove c’era la bassa, adesso, anche oggi, è tutta palestra.


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