Softer Than Velvet (la trascrizione, più o meno)

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[Venerdì 16 dicembre, alla Salumeria del Rock di Arceto di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, Giancarlo Frigieri ha suonato i Velvet Underground, mentre Franco Ori dipingeva Nico e Lou Reed e io leggevo delle cose che parlavano di Velvet Underground. Di seguito la scaletta, con le letture e i pezzi suonati da Frigieri (in grassetto). I brani che ho letto sono tratti da Please Kill Me di Legs McNeil e Gillian McCain, e sono parole di Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison, LaMonte Young, Rosebud, Paul Morrissey, Ronnie Cutrone, Danny Fields e Billy Name, ma durante la lettura non ho specificato chi dice cosa e quando, quindi non lo faccio neanche adesso.]
***

Suonavamo insieme, molto tempo fa. Vivevamo in un appartamento da trenta dollari al mese e non avevamo un soldo. Mangiavamo focacce d’avena mattina e sera e facevamo di tutto, tipo vendere il sangue e roba simile, oppure posavamo per quei settimanali spazzatura da dieci centesimi. Una volta uscì un articolo con la mia foto. Dicevano che ero un maniaco sessuale omicida che aveva ucciso quattordici bambini. Dicevano che avevo registrato tutto e che riascoltavo il nastro in un fienile del Kansas a mezzanotte. Quando uscì la foto di John Cale, dissero che aveva ucciso il suo amante perché quello voleva sposare sua sorella e lui non voleva che sua sorella sposasse un finocchio.

Sunday morning
I’m waiting for the man

Nel 1965 Lou Reed aveva già scritto «Heroin» e «Waiting for the Man». La prima volta che incontrai Lou fu a un party in cui si era messo a suonare i suoi pezzi con la chitarra acustica. Io non lo ascoltavo assolutamente perché non me ne fregava un cazzo della musica folk. Odiavo Joan Baez e Bob Dylan – ogni canzone era una fottuta domanda! Ma Lou continuava a sbattermi sotto il naso i suoi testi. Allora cominciai a leggerli e non era la stessa cosa che cantavano Joan Baez e tutti quelli come lei.
Al tempo suonavo con LaMonte Young nei Dream Syndicate e il concetto del gruppo era quello di tenere sempre le stesse note per due ore alla volta.
Organizzai una serie di performance musicali e sulla prima serie di volantini feci stampare un avvertimento: LO SCOPO DI QUESTA MUSICA NON È L’INTRATTENIMENTO. 

Femme fatale
Venus in furs

Quando Andy Warhol fece il suo ingresso trionfale al Cafè Bizarre con tutta la sua corte, rimase chiaramente ipnotizzato lì, su due piedi. L’immagine era tutto, e i Velvet Underground ne avevano una fantastica. Non potevo crederci: tutti quei turisti se ne stavano lì a succhiare i loro frappè mentre i Velvet cantavano canzoni sull’eroina e il sesso sadomaso.
Capii subito di aver trovato il gruppo giusto. Parlai con i Velvet quella sera stessa e gli dissi: «Avete già un manager?» E il piccolo, prudente Lou Reed disse: «Beʼ, uhm, una specie, uhm, non proprio, ma, uhm, sì, no».
Io dissi: «Beʼ, sto cercando un gruppo da gestire per produrre qualche disco. Avrete un lavoro fisso in un locale e verrete nominalmente gestiti da Andy Warhol».
«Non abbiamo gli amplificatori», dissero loro.
«Bene, vi procureremo gli amplificatori», risposi io.
Allora loro dissero: «D’accordo, ma non abbiamo un posto per vivere…»
«Okay, okay, okay. Parleremo domani di tutto questo.»
Così dissi ad Andy che avevo trovato il gruppo di cui ci saremmo occupati.
Andy disse: «Oh uu-uu-uuuu ohouuuuuuuuuuuuu!»
Andy era sempre terrorizzato all’idea di fare qualsiasi cosa, ma una volta che capiva che qualcuno era sicuro di quello che faceva, specialmente nel mio caso, diceva solamente: «Oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh. okay».

All tomorrow’s parties
Heroin

I genitori di Lou Reed odiavano il fatto che Lou facesse il musicista e che frequentasse gente indesiderabile. Ho sempre avuto paura dei genitori di Lou – ciò che mi spaventava era che minacciavano sempre di impacchettare Lou e farlo sbattere in manicomio. Era come una spada di Damocle sulla nostra testa. Ogni volta che Lou si beccava l’epatite i suoi genitori erano pronti a impacchettarlo e farlo rinchiudere.
Le cose migliori di Lou vengono tutte da lì. Sua madre era una specie di ex reginetta di bellezza e credo che suo padre fosse un contabile piuttosto benestante. A ogni modo, da ragazzino lo misero in ospedale e gli fecero fare l’elettroshock. Pare che poi, ai tempi della Syracuse University, lo avessero costretto a scegliere tra l’andare in palestra o nei Corpi di Addestramento per Ufficiali di Riserva. Lui disse che non poteva andare in palestra perché si era rotto l’osso del collo e quando lo mandarono nei Corpi di Addestramento minacciò di ammazzare l’istruttore. Poi spaccò una finestra col pugno, o qualcosa di simile, e allora lo mandarono al manicomio.
Ti mettevano una cosa in gola per non farti ingoiare la lingua, e ti mettevano gli elettrodi sulla testa. Era quello il trattamento raccomandato nella Rockland County per scoraggiare i comportamenti omosessuali. L’effetto era che perdevi la memoria e diventavi una specie di vegetale. Non riuscivi nemmeno a leggere un libro perché arrivavi a pagina diciassette e dovevi ritornare a pagina uno perché non ricordavi più niente.

There she goes again
I’ll be your mirror

Quando uscivi dall’ascensore alla Factory, sulla porta di Paul Morrissey c’era appeso un cartello che diceva ASSOLUTAMENTE VIETATO LʼUSO DI DROGHE. Così tutti si facevano sul pianerottolo delle scale. Nessuno in realtà prendeva droghe alla Factory, tranne Andy che si faceva di Obetrol, quelle piccole pillole di speed color arancione. Ne prendeva una al giorno per dipingere, perché soffriva di dipendenza dal lavoro. Ma lui era davvero l’unico, tutti gli altri si facevano sul pianerottolo.
Prendevamo solo Metedrina, però. Eravamo dei puristi. Gli altri gruppi si facevano di acidi. In quel periodo invece io avevo chiuso con l’acido e mi facevo di Metedrina, perché dovevi essere sempre bello sveglio. Il termine «sveglio» dovrebbe avere un’accezione positiva, ma per noi era diventato sinonimo di rigido e paranoico. Potenza della Metedrina.

White light/white heat
Here she comes now

Lou convocò Maureen Tucker e il sottoscritto per un incontro al Riviera Café nel West Village per annunciare che John Cale era fuori dalla band. Io dissi: «Vuoi dire per oggi o per tutta la settimana?» E Lou rispose: «No, è fuori». Io dissi che non esisteva, che eravamo un gruppo, in tutto e per tutto. Allora ci fu una lunga e animata discussione, con un gran picchiare di pugni sul tavolo, finché Lou disse: «Non vi sta bene? Okay, il gruppo è sciolto».

Candy says
What goes on

Tutti erano innamorati di tutti. Eravamo dei ragazzini ed era come essere al liceo. Voglio dire, era come quando avevo sedici anni: questa settimana a questo piace questa e a questa non piace quello ma quest’altro, e ci sono tutti questi triangoli, voglio dire non era niente di terribilmente serio. Era solo gente che più avanti sarebbe diventata famosa perché erano tutti belli e sexy, ma allora non ce ne rendevamo conto, non facevamo che innamorarci e disinnamorarci – chi cazzo riusciva più a tenere il conto?
Tutti quanti si innamoravano e disinnamoravano di Andy, ovviamente, e viceversa. Ma quelli che si innamoravano più facilmente erano anche quelli che scopavano meno di tutti – come Andy. Voglio dire, quelli che si sapeva per certo che fossero andati a letto con Andy, potevi contarli sulle dita di una mano. Quelli che erano davvero andati a letto con Edie o Lou o Nico erano pochi, pochissimi. Non c’era davvero tutto quel sesso, c’erano molte più cotte che sesso vero e proprio. Il sesso portava sempre casini. Come succede anche oggi, del resto.

Some kinda love
Pale blue eyes

Il vecchio sound era alcolico. La tradizione venne finalmente spezzata. La musica è sesso, droga e felicità. E la felicità è lo scherzo che la musica capisce meglio di tutti. Dischi con sonorità ultrasoniche che provocano lobotomie frontali. Ehi, non aver paura. Farai meglio a darti e a imparare ad amare la PLASTICA. Qualsiasi tipo di plastica – flessibile, rigida, colorata, coloratissima, antiaderente.
Gli anni Sessanta hanno la reputazione di essere stati anni di apertura e di libertà, anni molto cool, ma la verità è che tutti quanti erano molto regolari. Proprio così, tutti erano molto regolari e poi arrivammo noi – un manipolo di pazzi. Avevamo i capelli lunghi e la gente ci inseguiva per tutto l’isolato. Alcuni ci inseguivano per una decina di isolati gridando: «Beatle!» Erano fuori di testa – era questa la realtà degli anni Sessanta. Nessuno portava i capelli lunghi – eri un maledetto freak, uno scherzo di natura, non eri come tutti gli altri.
Quindi per quanto mi riguarda, provavo una forte attrazione verso il lato oscuro. Lou e Billy Name andavano in questo Vaseline bar chiamato Ernieʼs – sul bancone c’erano enormi contenitori di vaselina e c’era una stanzetta sul retro in cui i ragazzi potevo andare a scoparsi a vicenda. Pur non essendo mai stato gay, ero molto interessato al sesso e quando hai tredici o quattordici anni, non è così facile ottenere del sesso dalle donne. Così pensai: eeehi, non sarebbe fantastico essere gay?

Jesus
Beginning to see the light

Lou, Mary Woronov e io andavamo spesso al Maxʼs Kansas City e anche in certe discoteche dance nel Village, come lo Stonewall. Chiudeva alle quattro del mattino, quando Lou e io eravamo ancora su di giri per la metedrina, e volevamo ancora fare qualcosa. Allora andavamo in locali afterhours dove si poteva ancora ballare. Poi, quando spuntava il sole, Lou e io gironzolavamo fino alla Factory e combinavamo qualche cosa.
Dovete anche capire che eravamo sotto metedrina nove giorni alla settimana. Perfino oggi, non so cosa fosse reale e cosa non lo fosse perché se te ne stai sveglio per nove giorni di fila, tutto può succedere. La paranoia diventa così spessa che la puoi tagliare con un’accetta, e qualsiasi risentimento si trascinava per mesi o perfino per anni.
C’era sempre questa specie di rivalità subliminale, e a volte neanche tanto subliminale, e uno stato costante di acutissima paranoia. Voglio dire, stai su per nove giorni consecutivi, il tuo campo visivo comincia a restringersi, nella stanza vedi tutto che si muove, non distingui più una cosa da un’altra, quindi qualsiasi commento, anche casuale, assume un significato ultraprofondo e assolutamente fondamentale per la vita del cosmo. Roba da autentici schizzati fuori di testa.

Afterhours
Sweet jane

Il rock & roll è una cosa talmente grande che la gente dovrebbe cominciare a morire per esso. Voi non capite. La musica ti restituiva il tuo stesso battito, e ti permetteva di sognare. Un intera generazione che correva insieme a un basso Fender. La gente doveva solo morire per la musica. Tanto muoiono per qualsiasi altra cosa, perché non per la musica? Muori per lei. Non è carino? Non moriresti volentieri per qualcosa di carino? Forse sono io che dovrei morire. In fondo, tutti i grandi del blues sono morti. Ma la vita va meglio, oggi. Io non voglio morire. Giusto?

Rock’n’roll

***
[Dopo ci hanno chiesto un bis, e allora ho letto la traduzione italiana di THE GIFT (dall’album White Light/White Heat; la traduzione l’ho presa da loureed.it), mentre Frigieri, sotto, suonava pezzetti di tutte (ma proprio tutte) le altre canzoni dei Velvet Underground che non aveva suonato prima. The Gift (Il dono) è una specie racconto che Lou Reed scrisse ai tempi del college, e fa così:]

Waldo Jeffers era al limite.
Era ormai metà Agosto,
il che significa che era
separato da Marsha
da più di due mesi.
Due mesi,
e da mostrare non aveva altro
che tre lettere spiegazzate
e due telefonate interurbane molto care.
Certo, quando la scuola era finita
e lei era tornata nel Wisconsin,
e lui a Locust, Pennsylvania,
lei aveva giurato di mantenere una certa fedeltà.
Di tanto in tanto sarebbe uscita con qualcun altro,
ma solo per divertirsi un po’.
Sarebbe rimasta fedele.
Ma ultimamente Waldo
aveva cominciato a preoccuparsi.
Di notte aveva problemi a prendere sonno,
e quando dormiva faceva sogni tremendi.
Passava la notte sveglio,
girandosi di qua e di là
sotto le coperte,
le lacrime gli riempivano gli occhi
mentre immaginava Marsha
i suoi giuramenti vinti dall’alcol
e dalla dolce consolazione di qualche neanderthal,
finché non si sarebbe arresa definitivamente
alle carezze dell’oblio sessuale.
Era più di quanto la mente umana
riuscisse a sopportare.
Le visioni dell’infedeltà di Marsha lo perseguitavano.
Di giorno le fantasie dell’abbandono sessuale
invadevano i suoi pensieri,
ma quello che gli dava più fastidio
era che non avrebbero compreso
che tipa lei era veramente.
Solo lui, Waldo, poteva capirlo.
Lui aveva intuito ogni anfratto
e ogni angolo della sua psiche.
Lui l’aveva fatta sorridere
lei aveva bisogno di lui,
e lui non c’era.
(ahh…)
L’idea gli venne il giovedì
prima che partisse
la parata in costume.
Aveva appena finito di tagliare l’erba e di sistemare
il giardino degli Edison per un dollaro e cinquanta
e poi controllò la cassetta della posta
per vedere se c’era almeno una parola
da parte di Marsha.
Non c’era che il volantino della
Amalgamated Aluminium Company
che cercava di indagare se gli servivano dei tendoni.
Perlomeno si interessavano al punto da scrivere.
Era una ditta di New York.
Si poteva arrivare in qualsiasi posto con la posta.
Poi ebbe l’idea.
Non aveva soldi abbastanza
per andare fin nel Wisconsin
nei modi convenzionali, è vero,
ma perché non imbucare sè stesso?
Era assurdamente semplice.
Si sarebbe inviato come un pacco postale espresso.
Il giorno dopo Waldo andò al supermercato
per acquistare l’occorrente.
Comprò nastro adesivo da pacchi, una pinzatrice
e una scatola di cartone di medie dimensioni,
perfetta per una persona della sua corporatura.
Valutò che, con un minimo di accorgimenti,
poteva viaggiare abbastanza comodamente.
Qualche buchetto per far entrare l’aria, dell’acqua
e qualche spuntino,
e probabilmente sarebbe stato
come partire in classe turistica.
Il venerdì pomeriggio Waldo era pronto.
Si era impacchettato con cura, e l’ufficio postale
avevano detto che qualcuno sarebbe passato
a prenderlo alle tre.
Sul pacco aveva messo la scritta “fragile”
e mentre vi si rannicchiava
adagiandosi sulla gommapiuma
che aveva previdentemente inserito,
provò a immaginare lo sguardo sorpreso
e felice sul viso di Marsha quando,
aperta la porta,
vìsto il pacco
e lasciata la mancia al postino,
avrebbe aperto il tutto e sì sarebbe trovata
il suo Waldo in carne e ossa.
L’avrebbe baciato
e poi forse avrebbero potuto vedere un film.
Se solo ci avesse pensato prima.
A un tratto, mani poco attente afferrarono il pacco,
e si trovò a volare.
Atterrò con un tonfo sordo dentro un camion, e partì.

Marsha Bronson aveva appena finito
di sistemarsi i capelli.
Era stato un weekend molto duro.
Doveva ricordarsi di non bere in quel modo.
Bill era stato gentile con lei, però.
Dopo che avevano finito,
Bill aveva detto che la rispettava ancora,
e che dopotutto era il modo in cui andavano le cose,
e anche se, no, non l’amava,
provava molto affetto per lei.
E dopotutto erano adulti.
Ah, quante cose Bill poteva insegnare a Waldo.
Ma sembrava fossero passati già tanti anni.
Sheila Kleìn, la sua migliore amica,
entrò in cucina
attraverso la porta della veranda.
«Oddio, è proprio tremendo fuori.»
«So che vuoi dire. Mi sento tutta sfasata.»
Marsha si strinse la cintura dell’accappatoio
di cotone con i bordi di seta.
Sheila sfiorò dei grani di sale
sulla tavola di cucina,
si leccò il dito e fece una smorfia.
«Dovrei prendere certe pillole di sale, ma»
arricciò il naso
«mi fanno venire il vomito.»
Marsha cominciò a darsi dei colpetti sotto il mento,
un esercizio per il viso che aveva visto in televisione.
«Dio, non parlarne nemmeno.»
Si alzo dalla tavola e andò verso il lavandino,
dove prese una confezione
di vitamine rosa e azzurre.
« Ne vuoi una? Dovrebbero essere meglio
di una bistecca.»
Poi provò a toccarsi le ginocchia.
«Credo che non berrò mai più un daiquiri.»
Rinunciò e si sedette,
questa volta più vicino al tavolino
dove era appoggiato il telefono.
«Forse Bill chiamerà»
disse in risposta allo sguardo di Sheila.
Sheila si stava mordicchiando una pellicina.
«Dopo la scorsa notte,
forse faresti meglio a chiudere con lui»
«Capisco che vuoi dire.
Dio mio, era proprio come un polipo,
mani dappertutto!»
disse alzando le braccia quasi in difesa.
«E che dopo un po’
ti stanchi di resistergli, sai,
e dopo tutto venerdì e sabato
con lui non avevo fatto proprio niente,
e così un po’ glielo dovevo, sai che intendo»
Cominciò a grattarsi.
Sheila stava ridacchiando,
la bocca coperta dalla mano.
«Ti dirò, anch’io mi sentivo proprio così, anzi,
dopo un po’»
e qui si piegò in avanti in un sussurro
«lo volevo.»
E cominciò a ridere forte.
Fu a questo punto che il signor Jameson,
dell’ufficio postale Clarence Darrow,
suonò alla porta della villetta
quadrata decorata a stucchi.
Quando Marsha Bronson aprì la porta,
lui l’aiutò a portar dentro il pacco.
Fece firmare i suoi moduli
verdi e gialli,
e se ne andò con una mancia di quindici centesimi
che Marsha
aveva preso dal piccolo borsellino beige
della mamma nello studiolo.
«Che sarà, secondo te?»
chiese Sheila.
Marsha se ne stava in piedi con le braccia
intrecciate dietro la schiena.
Fissava la scatola di cartone marrone
poggiata in mezzo al salotto.
«Non lo so.»
Dentro il cartone. Waldo fremeva di eccitazione
mentre ascoltava le voci attutite.
Sheila fece scorrere l’unghia lungo il nastro di scotch
che passava per il centro della scatola.
«Perché non guardi l’indirizzo del mittente
cosi vedi da chi arriva?»
Waldo sentiva battere il suo cuore.
Sentiva le vibrazioni dei passi.
Fra non molto.
Marsha girò intorno alla scatola
e lesse l’etichetta scarabocchiata.
«Dio! Viene da Waldo!»
«Quel coglione!» disse Sheila
Waldo tremava di impazienza.
«Be’, perché non aprirlo?» disse Sheila
ed entrambe provarono a sollevarne un lembo.
«Oaah,» esclamò Marsha seccata
«deve averlo inchiodato.»
Provarono a strappare di nuovo.
«Dio mio, ci vuole un trapano per aprire questa cosa».
Tirarono ancora una volta.
«Così non si riesce.»
Entrambe se ne stavano in piedi col fiatone.
«Perché non prendi un paio di forbici?»
domandò Sheila.
Marsha corse in cucina,
ma non riuscì a trovare altro
che una forbicina da unghie.
Poi si ricordò che
suo padre teneva degli attrezzi in cantina.
Corse giù per le scale,
e tornò
con un grande tagliacarte in mano.
«Non ho trovato niente di meglio.»
Le mancava il fiato.
«Tieni, fallo tu, sto per schiattare.»
Si gettò sull’enorme divano lanuginoso
sbuffando rumorosamente.
Sheila provò a fare un taglio netto tra lo scotch
e l’orlo del cartone,
ma la lama era troppo spessa
e la fessura era troppo stretta.
«Maledizione»
esclamò esasperata.
Poi, sorridendo, aggiunse,
«Ho un’idea».
«Quale?» chiese Marsha.
«Sta’ a guardare» disse Sheila
toccandosi la fronte con un dito.
Dentro lo scatolone,
Waldo era talmente eccitato
che non riusciva quasi a respirare.
La pelle gli formicolava per il calore
e si sentiva battere il cuore in gola.
Fra non molto.
Sheilà si alzò sulla punta dei piedi,
e camminò intorno
alla scatola.
Poi s’inginocchiò,
prese il taglialamiere con entrambe le mani,
fece un respiro profondo,
e sprofondò la lunga lama
al centro del pacco,
attraverso lo scotch,
attraverso il cartone,
attraverso l’imbottitura,
e attraverso il centro
della testa di Waldo Jeffers,
che si squarciò lieve tra archi ritmici di color rosso
che pulsavano dolcemente
nel sole del mattino.

***
[Se volete vedere Nico e Lou Reed dipinti da Ori, qui c’è una foto (su fb ce ne sono delle altre).]

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