Pedala, Marco, pedala!

[Ieri sera c’è stata la cena sociale della Ciclistica Novese, la squadra in cui ho corso dai 9 ai 16 anni, e a un certo punto mi hanno sbattuto sul palco a leggere il testo che segue. Testo che, con qualche modifica, era già stato pubblicato nel secondo volume di un libro gratuito sulla Sfiga intitolato Cronache di una sorte annunciata e che si scarica qui.]

Ma dove vuoi che vada?
Sono un gregario, a diciassette anni, categoria Juniores nell’IMAL Pedale Modenese. Sono un gregario di quelli gracilini, qualche piccola e inutile dote da velocista, pessimo passista, scalatore disastroso. Sono un gregario di quelli da sacrificare nei primi cinquanta chilometri di gara: entrare in tutte le fughe, scattare, controscattare, coprire i buchi, esaurire le tutte energie nella prima parte della corsa e preparare il terreno per quelli che verranno dopo, quelli che devono fare il treno in pianura per la volata finale o tirare il capitano in salita. Cosa importa se non finisci la gara, Marco? Devi dare tutto per la squadra fino a metà, nei primi cinquanta chilometri, se poi ti ritiri fa lo stesso, è onorevole, hai fatto il tuo lavoro. È una vita così, quella del gregario.

E allora pedala, Marco, pedala!

Ma quella volta, nell’estate del 1996, ero lì davanti, in fuga. Non sapevamo perché il gruppo ci avesse lasciati andare. Lassismo, forse, o pochi accordi tra le squadre, vai a capire. Fatto sta che noi eravamo lì, in tanti, in fuga dal ventesimo chilometro e ne avevamo già fatti una trentina da soli. Eravamo tutti di squadre diverse, nessuno che avesse interesse a non collaborare, nessun bastardo che non tira, anzi, abbiamo l’adrenalina in corpo e la voglia di arrivare alla fine, tutti, insieme.

Pedala, Marco, pedala!

Ormai anche l’allenatore ci credeva, mi incitava, era la prima volta.

Pedala, Marco, pedala, che arrivi tra i primi dieci! Sarebbe stato il mio primo trofeo.

Non m’ero mai piazzato, quell’anno, il primo anno da Juniores, quando il ciclismo diventa improvvisamente una cosa seria, uno sport di squadra. Prima era facile usare quelle poche doti da velocista, ogni tanto. Portare a casa una coppa, due o tre volte all’anno. Da Juniores, invece, è tutta un’altra musica, una musica dal ritornello inequivocabile: lavorare per il capitano, lavorare per vincere, lavorare per la squadra. Mai un piazzamento fino al giorno della fuga, quel giorno d’estate in un circuito lungo e pianeggiante dove il gruppo non ci vedeva, dove facevamo una media dei quaranta all’ora senza problemi.

Pedala, Marco, vacca d’un cane, pedala!

Al settantesimo chilometro avevamo l’ambulanza alle spalle, segno che il distacco era talmente grande che i soccorsi, in caso di caduta, non sarebbero arrivati in tempo se fossero rimasti dietro al gruppo.

Dai, pedala, Marco, pedala, che questa è la volta buona!

Il nonno gridava di gioia con mia sorella piccola sulla groppa, mio padre stava zitto e serio ma lo capivo che era contento, mia madre filmava ogni passaggio del circuito con la telecamera portatile e non stava più nella pelle, si vedeva. Oh, dai, stavolta arriviamo tra i primi dieci e portiamo a casa una coppa da far vedere agli amici, pensavo, così la smettono di sfottere, ché il ciclismo ti dà anche delle soddisfazioni, e magari capiscono perché non esco mai con loro al sabato sera, perché non bevo, perché non fumo.

Pedala, vaccaboia, Marco, pedala!

All’ottantesimo chilometro ci credevamo tutti, noi fuggiaschi. C’era un buon accordo, un vantaggio crescente, si tirava un po’ per uno e la media saliva, c’era caldo e si passava la borraccia a chi non aveva acqua, da buoni compagni di fuga. Mancava poco, quaranta chilometri scarsi e stavolta, fosse cascato il mondo, un posto nei primi dieci non me lo toglieva nessuno. Non dico vincere, non sono mai stato uno così ambizioso. Chissenefrega se la lingua è torrida, se le gambe fanno male, se l’acido lattico inizia a farsi sentire, se il vento tira da una parte e si soffre ogni pedalata di un rapporto lungo e difficile, no, stavolta ci siamo, stavolta vi faccio vedere io, diobono.

Pedala, Marco, pedala!

A venti chilometri dall’arrivo il distacco del gruppo, dietro di noi, era ormai incolmabile, l’arrivo una certezza.

Pedala, Marco, dacci dentro e pedala!

A dieci chilometri dall’arrivo noi fuggiaschi cominciavamo a guardarci negli occhi. Qualche scatto tamponato, contropiede fulmineo, ognuno provava a spiccare, a vincere. Pensa te, una fuga di gregari, di quelli da sacrificare, che alla fine si giocano la vittoria, l’onore della squadra, ma anche solo un piazzamento nei primi dieci è una soddisfazione, per degli operai come noi.

Pedala, Marco, pedala!

L’allenatore era sicuro, mi incitava a tutto spiano.

Pedala, Marco, pedala, dai che stavolta ci riesci!

All’ultimo chilometro siamo ai sessanta all’ora, già praticamente iniziata la volata. Le gomitate. La testa bassa. Quasi settanta all’ora. Cinquantadue-diciotto nel rapporto, culo alzato dalla sella, lo striscione rosso dell’arrivo laggiù in fondo alla strada. Tensione, gambe che scoppiano e scattano, respiro profondo, ultimi trecento metri, la volata quasi ad occhi chiusi, a denti stretti, in apnea.

Pedala, Marco, pedala!

Eh. Pedala…

Eravamo in undici, in fuga.
Secondo voi com’è andata a finire?

Informazioni su Marco Manicardi

il Many.

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