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	<title>marco manicardi</title>
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		<title>È un periodo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jun 2013 08:33:53 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È un periodo, periodico, che scrivere è fatica.</p>
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		<title>Terremoto ti scrivo (un libro)</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jun 2013 17:42:14 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[cose scritte in giro]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi, nella Sala dei Mori di Palazzo Pio, a Carpi, c&#8217;è stata la presentazione di Terremoto ti scrivo (ed. La vita felice). È un libro di 268 pagine pieno di racconti, testimonianze, poesie e ragionamenti. Dentro c&#8217;è anche una cosa &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/terremoto-ti-scrivo-un-libro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi, nella Sala dei Mori di Palazzo Pio, a Carpi, c&#8217;è stata la presentazione di <strong><a href="http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/barbara-rossi-ivana-trevisani/terremoto-ti-scrivo-9788877995278-134359.html">Terremoto ti scrivo</a></strong> (ed. La vita felice). È un libro di 268 pagine pieno di racconti, testimonianze, poesie e ragionamenti. Dentro c&#8217;è anche una cosa che ho scritto con mia sorella dal titolo <em>Generi di prima necessità</em> (con un errore di editing abbastanza grosso, e questa cosa fa ridere perché la vedo un po&#8217; come il mio piccolo contrappasso per aver fatto errori del genere in passato nel campo <a href="http://barabba-log.blogspot.it/p/barabba-edizioni.html">dell&#8217;editoria di libri collettivi</a>).<br />
I proventi del libro saranno devoluti alla <a href="http://www.lalucciola.org/">Cooperativa La Lucciola di Stuffione di Ravarino</a> (quindi non fate caso al pezzetto altamente complottista che ci trovate dentro &#8211; ma poi è solo uno in 268 pagine).<br />
Se volete, <a href="http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/barbara-rossi-ivana-trevisani/terremoto-ti-scrivo-9788877995278-134359.html">compratelo</a>, che fate un bel gesto.</p>
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		<title>Terremoto ti scrivo</title>
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		<pubDate>Mon, 27 May 2013 11:49:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose da fare]]></category>
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		<description><![CDATA[Dunque, domenica 2 giugno, alle 17:00, nella Sala dei Mori del Palazzo dei Pio di Carpi (cioè il castello) c&#8217;è la presentazione di un libro dal titolo Terremoto ti scrivo. Si tratta (mi è sembrato di capire) di una raccolta di &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/terremoto-ti-scrivo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque, domenica 2 giugno, alle 17:00, nella Sala dei Mori del Palazzo dei Pio di Carpi (cioè il castello) c&#8217;è la <a href="http://www.carpidiem.it/html/default/_d/142/142485.html">presentazione</a> di un libro dal titolo <em>Terremoto ti scrivo</em>. Si tratta (mi è sembrato di capire) di una raccolta di racconti e testimonianze su quei giorni là dell&#8217;anno scorso.<br />
Dentro ci dovrebbe essere (mi è sembrato di capire) anche un mio pezzettino, che poi è sempre il solito che ogni tanto ho letto in giro a voce alta. Io, comunque, per una volta, non leggo niente, ma ci penseranno Claudia Bulgarelli e Tiziano Meschieri del Forum Teatro Teatri in movimento, con le musiche di Dario Martorana.<br />
L&#8217;ultima cosa che c&#8217;è da dire è che il ricavato della vendita del libro andrà (mi è sembrato di capire) alla Cooperativa La Lucciola di Stuffione di Ravarino, che è stata, come si dice adesso per queste cose, <em>gravemente danneggiata dal sisma del maggio 2012</em> (ormai lo chiamano &#8220;sisma&#8221; anche i vecchietti al bar).<br />
E niente, se siete nei dintorni, venite a fare un salto.</p>
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		<title>Pensare che quest&#8217;anno volevo stare a casa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 12:04:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose da fare]]></category>
		<category><![CDATA[barabbàte]]></category>
		<category><![CDATA[la prosa della domenica]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima volta in vita mia che sono andato al Salone del Libro di Torino era il 2011, mi avevano chiamato con tutta la truppa barabbista quelli di Bookrepublic per fare un discorso dal titolo &#8220;Barabba Edizioni: una casa editrice tanto carina, &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/pensare-che-questanno-volevo-stare-a-casa-e-invece/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta in vita mia che sono andato al Salone del Libro di Torino era il 2011, mi avevano chiamato con tutta la truppa barabbista quelli di Bookrepublic per fare un discorso dal titolo &#8220;<a href="http://barabba-log.blogspot.it/2011/05/trascrizione-piu-o-meno-fedele-di.html">Barabba Edizioni: una casa editrice tanto carina, senza soffitto e senza cucina</a>&#8220;. Perché avevamo fondato una specie di casa editrice inesistente. Eravamo tipo <a href="http://ehibook.corriere.it/2011/05/19/lebook_ci_portera_sulla_luna_e/">l&#8217;avanguardia</a>.</p>
<p>La seconda volta in vita mia che sono andato al Salone del Libro di Torino era il 2012, mi avevano chiamato con tutta la truppa barabbista quelli di Bookrebublic per fare un punto della situazione dell&#8217;editoria con un discorso dal titolo &#8220;<a href="http://barabba-log.blogspot.it/2012/05/trascrizione-piu-o-meno-fedele-di-un.html">Un nome nuovo per l&#8217;imperatrice (contro la minaccia del self-publishing)</a>&#8220;. Eravamo un po&#8217; meno avanguardisti, perché il mondo elettrico spesso va più veloce delle singole persone.</p>
<p>La terza volta in vita mia che vado al Salone del Libro di Torino è domenica <strong>19 maggio</strong> 2013, mi han chiamato con tutta la truppa della prosa domenicale al Salone Off, e precisamente nello SPAZIO INCONTRI OPEN del Complesso Sportivo Trecate in Via Trecate 46, dalle 15.30 alle 16.30, per fare un reading dal titolo &#8220;<a href="http://prosadomenica.altervista.org/19-maggio-la-prosa-della-domenica-di-domenica-al-salone-off-di-torino/">La prosa della domenica: letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE di Fruttero &amp; Lucentini (e delle altre cose)</a>&#8220;. Perché qualche mese fa <a href="http://prosadomenica.altervista.org/i-ferri-del-mestiere-la-ristampa/">abbiamo fatto ristampare un libro via twitter</a>. È un attimo, nel mondo elettrico, anche un po&#8217; per caso, tornare a fare l&#8217;avanguardia.</p>
<p>(Poi magari l&#8217;anno prossimo sto a casa.)</p>
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		<title>Tutta palestra</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 09:43:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose così]]></category>
		<category><![CDATA[carpi diem]]></category>
		<category><![CDATA[dei discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[natìo borgo selvaggio]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[(Quello che segue è una specie di discorso di dieci-quindici minuti che abbiam fatto ieri, alla Fornace Carena di Cambiano, in provincia di Torino, durante una Festa della Solidarietà che raccoglieva due soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/tutta-palestra/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5>(Quello che segue è una specie di discorso di dieci-quindici minuti che abbiam fatto ieri, alla Fornace Carena di Cambiano, in provincia di Torino, durante una <a href="https://dl.dropboxusercontent.com/u/7795207/LOCANDINA%20.pdf">Festa della Solidarietà</a> che raccoglieva due soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi di Modena. Le cose in corsivo le ha lette la mia signora, quelle dritte  invece le ho lette io.)</h5>
<p>Buonasera.</p>
<p>Io mi chiamo Marco Manicardi, di mestiere faccio l’ingegnere informatico, sono nato a Carpi in provincia di Modena nel 1979, nello stesso ospedale dove una nostra conoscente, la mattina del 29 maggio del 2012, ha iniziato a partorire in sala operatoria e, nel primissimo pomeriggio, ha poi partorito un bambino bellissimo nel parco fuori dal pronto soccorso. Comunque, io mi chiamo Marco Manicardi, sono nato a Carpi e ho vissuto a Novi di Modena i primi 26 anni della mia vita, poi sono andato a stare in centro storico a Carpi con quella ragazza lì che si chiama Caterina Imbeni, che è nata nel 1980, lavora all’anagrafe e adesso viviamo insieme.</p>
<p>La cosa che vi leggiamo stasera si intitola Tutta palestra e inizia martedì 29 maggio 2012, <span id="more-788"></span>quando ero nell’epicentro epicentrissimo del terremoto, vicino a Mirandola, a lavorare. Sono scappato fuori dall’ufficio e mi sono trovato davanti agli occhi i feriti, il fumo, la polvere, i muri che si staccavano, le sirene, le lacrime e la paura, le linee telefoniche in tilt, l’ansia di sapere come stava la mia famiglia e l’ansia per la loro ansia di sapermi nel centro esatto della catastrofe senza riuscire a contattarmi. Ma in una finestrella di qualche decina di secondi, con le linee telefoniche ancora giù, sono riuscito a scrivere su twitter una frase del tipo “mamma sto bene”, e mia mamma l’ha letta su facebook e mi ha detto che ha fatto una foto allo schermo e adesso, la foto, dice che la conserverà per sempre.</p>
<p>Ci siamo riusciti, poi, sempre martedì 29 maggio 2012, a parlare al telefono, dopo un’ora o un’ora e mezza, e non vi so neanche spiegare la sensazione di sollievo.<br />
Qualche ora dopo ho scoperto, guardano i notiziari, che a cento metri da dove mi trovavo a lavorare sono morte delle persone, e qui la sensazione era di disperazione, e forse lo è ancora, ma anche questa cosa non so mica bene come spiegarvela.<br />
Allora sono andato a casa dei miei, a Novi di Modena, il mio natìo borgo selvaggio, ed ero ancora abbastanza su di giri. La sera, dopo altre due scosse che avevano avuto epicentro proprio lì, ho visto i miei genitori impauriti e i nonni che erano rimasti senza casa. Quando ho fatto un giro in centro, mi sono trovato davanti alla prova tangibile della fine delle cose costruite dall’uomo, e nello specifico erano le cose costruite dall’uomo sotto le quali ho vissuto, giocato, amato, parlato, gridato e fatto anche a pugni (una volta sola), per almeno venticinque anni della mia esistenza.</p>
<p><em>Lì per lì avevamo tutti una gran paura. Ma la paura è una sensazione con cui, sembra strano, si convive. E’ la disperazione, quella con cui si devono fare veramente i conti. E la disperazione arriva dopo, dopo qualche ora o qualche giorno, e arriva quando la paura non fa quasi più paura.</em></p>
<p>Per esempio, nei primi giorni di giugno, abbiamo smontato e caricato e spostato letti e armadi dalla casa inagibile dei nonni, poi abbiamo chiuso a chiave per sempre la porta. Ma prima di farlo, prima di girare per l’ultima volta la chiave nella toppa, col cuore che piangeva, io e mio padre siamo andati nel solaio tutto crepato e abbiamo tirato fuori la macchina da cucire della nonna. Quando gliel’abbiamo portata, forse per la prima volta da tantissimo tempo, ho visto gli occhi di mia nonna inumidirsi. Ha sorriso e ha detto «oh, là, questa è proprio la mia». È una vecchia CASER fissata su un tavolino di legno tarlato, con la pedaliera in metallo, che forse è di ghisa, secondo me. L’ha comprata nel ’53 che era già usata.<br />
«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»</p>
<p>Dopo, mia sorella ha scritto una cosa su facebook. Una cosa che faceva così:</p>
<p><em>Poi ti ritrovi a svuotare e smontare completamente la camera dei nonni, perché lì, nella loro casina che per loro era come un castello, per niente moderna ma tenuta con tanto amore, piena di ricordi e di abitudini… ahimè, non ci potranno più vivere. Guardo negli occhi la nonna che, per non pensarci, sta a casa mia a cucinare qualsiasi cosa gli sta passando per la testa e poi guardo negli occhi il nonno, che invece è là a guardare il figlio e i nipoti che smontano e caricano sul furgone un pezzo della sua vita. Entro in casa e prendo una M&amp;M’s (che adora), gliela porto, la mangia ma è arrabbiato, il cuore è spezzato. Li vedo, sono abbattuti, delusi, arrabbiati con un nemico invisibile che in pochi secondi (un po’ per volta) gli ha portato via tutto ciò che con fatica e sudore si erano costruiti per poter vivere una vecchiaia serena. Li vedo così, con reazioni diverse, ma entrambi seri e in silenzio. Cercano di farsene una ragione, che in realtà non si faranno mai. Cercano di non far vedere troppo la sofferenza che stanno provando, ma che negli occhi si vede comunque, solo per non far stare peggio noi che gli siamo vicini.</em></p>
<p><em>Ci penso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.</em></p>
<p><em>Io, come mio fratello, in quella casa ci sono cresciuta. Se non tutti i giorni, al massimo ogni due giorni, andavo là per fare due risate e soprattutto per fargli fare due risate. Dopo sì che erano felici, dopo sì che anche io ero felice sapendo di averli resi felici.</em><br />
<em>Da oggi non potrò più dire “vado dai nonni”; da oggi non potrò più fare arrabbiare la nonna presentandomi all’ultimo secondo a casa sua per pranzo o per cena, senza averla avvisata almeno qualche ora prima; da oggi non potrò più andare là e dire “dai nonno, vieni con me! – e lui perplesso: ma indua? – Nonno non preoccuparti, andiamo!” e anche se un po’ nervoso per non averlo avvisato prima, veniva sempre.</em></p>
<p><em>Ci ripenso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.</em></p>
<p>Ecco, io nei giorni successivi alle scosse grosse, giravo sempre col cane al guinzaglio e una borsina con dentro il computer, il caricabatterie del cellulare, la carta di credito e due o tre libri, anche se era un periodo che leggere era fatica. Son fatto così.</p>
<p>Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito dalla sua casa piena di crepe, nella zona rossa di Carpi, che non c&#8217;è stato proprio verso di farlo uscire, anche se ci abbiamo provato, ma niente, quando gli abbiamo chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto. È fatto così.</p>
<p>Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte). È fatta così.</p>
<p>Ed è proprio vero, mi viene da pensare, quello che diceva un mio amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non sai se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e torni a essere un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.</p>
<p><em>La parte interessante dei terremoti, ho pensato, è che poi ognuno impara delle cose che prima uno non se le immaginava neanche. E alcune di queste cose le abbiamo imparate tutti, noi terremotati, come per esempio che non si può più, d’ora in poi, vivere come se non dovesse più esserci il terremoto.</em></p>
<p>Poi ci sono delle cose che ognuno impara a modo suo. E queste sono le cose che ho imparato io:<br />
Ho imparato a individuare al volo i muri portanti delle stanze in cui entro.<br />
Ho imparato a valutare sommariamente l’entità di una crepa.<br />
Ho imparato a trattenere il magone per una crepa su di un edificio caro.<br />
Ho imparato che ci sarà sempre almeno un altro edificio caro con una crepa in più.</p>
<p><em>Ho imparato ad ascoltare le storie delle persone e ho imparato a farlo in silenzio.<br />
Ho imparato a raccontare la mia storia, senza la pretesa che sia speciale.<br />
Ho imparato a non rispondere a chi mi parla di spostamento dell’asse terrestre, di fracking, di complotti sulla magnitudo, di «ho un amico geologo che dice che», di «qualcuno sapeva e non ha detto niente».<br />
E ho imparato, se proprio mi arrabbio, a rispondere secco «ciao, guarda, scusa, ma devo andare che ho un impegno.»</em></p>
<p>Ho imparato a rimanere calmo durante le piccole, continue scosse di assestamento.<br />
Ho imparato che mettersi a correre non è la reazione migliore, quasi mai.<br />
E adesso un po’ sta passando, ma ho imparato a fare delle docce velocissime.<br />
Per non parlare della cacca.</p>
<p>***</p>
<p><em>Verso la fine di luglio dell’anno scorso, che era il sessantesimo anniversario di matrimonio dei miei nonni (pensa te, sessant&#8217;anni), siamo andati nella via dove c&#8217;era prima la loro casa, che poi c&#8217;è ancora, solo che non ci si può più entrare, e in fondo a quella via aveva appena riaperto, dopo due mesi, la pizzeria Quadrifoglio, che praticamente era l&#8217;unico edificio agibile su quella strada; e oltretutto, non lo dico perché ci sono affezionato o per fare della pubblicità, ma è davvero una delle migliori pizzerie della regione. Quella sera la pizzeria Quadrifoglio di Novi era piena di gente, c&#8217;era da far la fila, ma c&#8217;era della contentezza, anche a far la fila.</em></p>
<p>Dopo, parlando un po&#8217; coi miei genitori, a tavola, ho scoperto che il meccanico delle biciclette, che ha la bottega squarciata nella zona rossa, aveva riallestito il negozio nel suo garage e anche adesso lavora lì tutti i giorni. E il mio barbiere, che dopo decine di anni di lavoro a Rolo in provincia di Reggio Emilia era appena riuscito ad aprire la bottega in centro a Novi, il suo paese, adesso taglia i capelli regolarmente al primo piano di casa sua, appena fuori dalla zona rossa, se si può pensare di esser fuori da una zona rossa, a Novi di Modena.</p>
<p>E allora, forse senza alcun nesso logico, mi è venuto da pensare che non è tanto questione di emilianità (che non esiste, l&#8217;emilianità) o di tenere botta (che è uno slogan, “teniamo botta”, coniato un anno fa e che vuol più o meno dire “portiamo pazienza”), ma invece, forse, è come dice lo scrittore Paolo Nori in un discorso bellissimo intitolato Noi e i governi, che ha dentro un pezzo che fa così:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">[...] c’è un mio amico, per esempio che è uno storico della città di Pietroburgo e gli avevano impedito di fare il suo lavoro perché era un antisovietico, seguito dalla polizia segreta, e è stato costretto a lavorare in fabbrica e ha continuato a studiare per conto suo, di notte, e andava in biblioteca al sabato e alla domenica, e lui per tutta la vita, se la libertà fosse un muscolo, che si rafforza con l’esercizio, che un po’ forse è così, no?, come tutte le altre cose, be’, se fosse un muscolo, o un fascio di muscoli, come i muscoli addominali, che lì non si scappa, si sente al tatto, o ce li hai o non ce li hai, non te li danno gli altri, te li fai su te, con la pratica, be’, è come se lui, quel mio amico lì, che si chiama Al’bin, la sua libertà l’avesse esercitata tutti i giorni per quarant’anni e l’Unione Sovietica è stata la palestra ideale, per lui, e andava in giro per l’Unione Sovietica con il suo ventre piatto da pugilatore e guardarlo andare era un piacere.</p>
</blockquote>
<p>Ecco, adesso non lo so come andrà a finire, che dalle nostre parti c&#8217;è ancora un bel po&#8217; di disperazione, altro che l&#8217;emiliano di qua e l&#8217;emiliano di là.<br />
Ma, se non altro, le cose come i terremoti fan venire i muscoli, verrebbe da dire.<br />
Perché là da noi, a Novi di Modena, e in generale dove c&#8217;era la bassa, adesso, anche oggi, è tutta palestra.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un paio di reading per la Pasqua dei lavoratori</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 12:32:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l&#8217;espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e simili analogie diventarono correnti in &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/un-paio-di-reading-per-la-pasqua-dei-lavoratori/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>I socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l&#8217;espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. [...] Possediamo uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere solo definita una predica da Primo maggio; nessun&#8217;altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge &#8211; atei dal primo all&#8217;ultimo, senza dubbio &#8211; sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)».</p>
<p>(Eric J. Hobsbawm, <em>Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza</em>, 1990; in <em>Gente non comune</em>, BUR Storia, 2007.)</p></blockquote>
<p>La «Pasqua dei lavoratori» la festeggio a Torino, che ci sono già stato due volte, ma sempre durante il Salone del Libro, e quindi la città non l&#8217;ho mica mai vista (però una volta ho mangiato un ottimissimo e tipicissimo <a href="http://instagram.com/p/Kio921FZU-#">tentacolo di polpo ai ferri</a> in un ristorante del centro).</p>
<p>Già che son lì, il <strong>3 maggio</strong>, insieme a due tipi bislacchi che alcuni conoscono come Diego Viarengo e Alessandro Bonino, coi quali ho <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/la-prosa-della-domenica/">da poco messo su un blog</a>, si fa una specie di reading al Circolo Arci Casseta Popular dal titolo: <a href="http://prosadomenica.altervista.org/3-maggio-letture-e-riletture-di-e-su-i-ferri-del-mestiere-e-delle-altre-cose/"><em>La prosa della domenica: letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE di Fruttero &amp; Lucentini (e delle altre cose)</em></a>. (Dovremmo poi rifarlo durante il Salone del Libro, il 19 maggio, ma c&#8217;è tempo.)</p>
<p>Il giorno dopo, il <strong>4 maggio</strong>, sarò invece a Cambiano (TO), in un luogo molto suggestivo chiamato Fornace Carena, per una Festa della Solidarietà dove suona la Fanfara di Montenero, si raccolgono dei soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi di Modena, e dove anch&#8217;io leggerò un paio di cose sul terremoto. (Ci sarà poi del gran gnocco fritto d&#8217;importazione novese, questo lo dico per i torinesi e limitrofi, che loro forse il gnocco fritto, quello vero, <a href="http://barabba-log.blogspot.it/2010/11/il-gnocco-fritto-o-lo-gnocco-fritto.html">quello con l&#8217;articolo determinativo maschile singolare</a>, non l&#8217;hanno mica mai sentito.) <a href="https://dl.dropboxusercontent.com/u/7795207/LOCANDINA%20.pdf" rel="attachment wp-att-753">Questa qui</a> è la locandina.</p>
<p>Be&#8217;, se siete da quelle parti, ci sono anch&#8217;io.<br />
Torino, per come l&#8217;ho vista finora, è una città molto bella con un fiume molto piccolo, che i locali chiamano Po. A noi emiliani, detta come va detta, sembra soltanto un Po&#8217;.</p>
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		<title>Chiudere un criceto nel forno a microonde</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 12:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose così]]></category>
		<category><![CDATA[dei pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[non si esce vivi dagli anni '90]]></category>

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		<description><![CDATA[[...] qualche anno fa ho pensato che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati; quelli che eran nati negli anni trenta, e &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/chiudere-un-criceto-nel-forno-a-microonde/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>[...] qualche anno fa ho pensato che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati; quelli che eran nati negli anni trenta, e che avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire; quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro; quelli che eran nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.<br />
(Paolo Nori)</p></blockquote>
<p>Sul mio primo computer - un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo e il DOS 3.2 &#8211; giravano pochi programmi. Uno era un videogiochino delle Olimpiadi, di quelli che uno si stufa quasi subito. Un altro era <em>Maniac Mansion</em>, dove capitava per esempio di dover chiudere un criceto nel forno a microonde e sentirne l&#8217;esplosione dal cicalino del PC.<br />
Siamo forse la prima generazione di disperati, noi che siamo nati negli anni settanta, e che avevamo vent&#8217;anni negli anni novanta, che si rattrista <a href="http://manyinwonderland.tumblr.com/post/47096423877">per la chiusura di una casa produttrice di videogiochi</a>.</p>
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		<title>Music is music</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 14:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose così]]></category>
		<category><![CDATA[dei pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[la musica è finita]]></category>

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		<description><![CDATA[La scorsa settimana ascoltavo solo Thelonious Monk, ché mi sto preparando ormai da mesi per la lettura della sua biografia, tradotta dal buon Marco Bertoli; ieri sera sono andato a vedere J Mascis, e quando ha fatto Get Me a &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/music-is-music/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana ascoltavo solo Thelonious Monk, ché mi sto preparando ormai da mesi per la lettura della sua biografia, <a href="http://manyinwonderland.tumblr.com/post/37784216853/evidence-i-ii-thelonious-monk">tradotta dal buon Marco Bertoli</a>; ieri sera <a href="http://instagram.com/p/XngroKFZR4/">sono andato a vedere J Mascis</a>, e quando ha fatto <em>Get Me</em> a momenti mi mettevo a piangere; e ho anche avuto una discreta pelle d&#8217;oca quando <a href="http://instagram.com/p/XnW8JQFZTA/">Bob Corn ha suonato <em>I See A Darkness</em></a>; stamattina in edicola ho comprato l&#8217;<em>Aida</em> nell&#8217;esecuzione del 1955 al Teatro Alla Scala, con la Callas e tutto, e l&#8217;ho ascoltata in macchina andando al lavoro &#8211; è pericoloso, quando parte l&#8217;aria GUERRA! GUERRA!, che uno ha voglia di saltare addosso a tutti gli altri automobilisti, poveretti, che anche loro stanno andando a lavorare alle sette del mattino; e poi, dopodomani, forse vado a prendermi una grossa delusione con la reunion dei Gang Of Four a Bologna.</p>
<p>Mi è venuto in mente che ci sono delle persone che ogni tanto domandano a delle altre persone «Tu cosa ascolti?», o «A te che genere ti piace?», o «Qual è la tua musica preferita?», e cose di questo tipo. <br />
C&#8217;è un libro di Alex Ross che si intitola <em>The Rest Is Noise</em>, che non ho mai letto, ma è diventato un po&#8217; la Bibbia del <a href="http://www.miomarito.it/">mio amico cantautore di riferimento</a> e, tra una citazione e una spiegazione, un po&#8217; lo sto leggendo per osmosi, si potrebbe dire. Inizia così:</p>
<blockquote><p>In the spring of 1928, George Gershwin [born in the Lower East Side slums of Manhattan and now the acclaimed] creator of &#8216;Rhapsody in Blue&#8217;, toured Europe and met the leading composers of the day. In Vienna, he called at the home of Alban Berg, whose blood-soaked, dissonant, sublimely dark opera &#8216;Wozzeck&#8217; had had its premiere in Berlin three years earlier. To welcome his American visitor, Berg arranged for a string quartet to perform his Lyric Suite, in which Viennese lyricism was refined into something like a dangerous narcotic.<br />
Gershwin then went to the piano to play some of his own songs. He hesitated. Berg&#8217;s work had left him awestruck. Were his own pieces worthy of these murky, opulent surroundings? Berg, looked at him sternly and said, &#8216;Mr. Gershwin, music is music.&#8217; &#8230;</p></blockquote>
<p>Ecco.</p>
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		<title>La dolce metà</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 09:51:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[cose così]]></category>
		<category><![CDATA[ricorrenze]]></category>

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		<description><![CDATA[«Te l&#8217;hai mai vista La dolce vita?» mi fa lei, otto anni fa, oggi. «Macché,» le rispondo. «Pensa che strano,» mi dice, «neanche io, eppure siamo due tipi che ci piacciono i vecchi classici.» «Eh, è strano,» dico. «Allora va &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/la-dolce-meta/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Te l&#8217;hai mai vista <em>La dolce vita</em>?» mi fa lei, otto anni fa, oggi.<br />
«Macché,» le rispondo.<br />
«Pensa che strano,» mi dice, «neanche io, eppure siamo due tipi che ci piacciono i vecchi classici.»<br />
«Eh, è strano,» dico.<br />
«Allora va bene,» decide lei, «andiamo a casa mia, ce l&#8217;ho in videocassetta.»<br />
Era un periodo, quello lì, che ci eravamo conosciuti da poco, e stavamo alzati tutte le notti fino alle cinque del mattino, a casa sua, a bere delle birre, a suonare la chitarra, a far delle gran chiacchiere. Senza toccarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora siamo andati a casa sua, otto anni fa, oggi, abbiamo messo su una videocassetta che era allegata a l&#8217;Unità, e ci siamo messi a guardare quel Cristo in bianco e nero che viene trasportato sui tetti della città da un elicottero. Stavamo seduti un po&#8217; distanti, ma neanche tanto, e guardavamo la televisione. Senza toccarci.<br />
Eravamo a metà del film, mi pare, otto anni fa, oggi, quando mi son sentito un bacio sul collo. Ma un bacio, che un bacio così, sul collo, in quel modo lì, non me l&#8217;aveva mai dato nessuno. È andata a finire che ci siamo toccati.</p>
<p style="text-align: justify;">E sono passati otto anni, oggi. Toccarci, non abbiamo più smesso. <em>La dolce vita</em>, invece, è ancora lì, sullo scaffale, visto a metà. Ormai è una specie dogma, lo lasciamo dov&#8217;è, non lo finiremo mai. Speriamo.<br />
Magari è anche un bel film, non lo so.<br />
Per quel che ci riguarda, va benissimo così.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://t.co/aiQ8QInNSV">*</a></p>
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		<title>La prosa della domenica</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:54:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>marcomanicardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[cose scritte in giro]]></category>
		<category><![CDATA[la prosa della domenica]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un nuovo blog in città. Si chiama La prosa della domenica e ci scrivo sopra (o dentro) insieme al dottor Diego Viarengo e a uno che si fa chiamare Alessandro Bonino. È un blog che parla e parlerà di cose legate a Fruttero &#8230; <a href="http://marcomanicardi.altervista.org/la-prosa-della-domenica/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un nuovo blog in città. Si chiama <a href="http://prosadomenica.altervista.org/">La prosa della domenica</a> e ci scrivo sopra (o dentro) insieme al dottor Diego Viarengo e a uno che si fa chiamare Alessandro Bonino.<br />
È un blog che parla e parlerà di cose legate a Fruttero &amp; Lucentini, partendo da <em>I ferri del mestiere</em> e arrivando chissà dove. <a href="http://prosadomenica.altervista.org/i-ferri-del-mestiere-la-ristampa/">Qui</a> c&#8217;è scritto che cos&#8217;è, come è nato e cosa comporta la sua esistenza. Intanto, mettetelo nel feedreader.</p>
<p>(Il nome l&#8217;han scelto gli altri due e, visto che uno ha un blog che s&#8217;intitola <a href="http://eiochemipensavo.diludovico.it/">con un anacoluto</a> e l&#8217;altro ha un blog con un nome <a href="http://eudemonico.altervista.org/wordpress/">che non si capisce</a>, insomma, portate pazienza.)</p>
<p>__</p>
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